qualcosa da leggere
“Non siamo stati bravi”. Lettere 1958-1972
La recensione del libro di Max Frisch e Ingeborg Bachmann edito da Feltrinelli, 944 pp., 60 euro
16 SET 26

"Voglio andare con te fino alla fine e, se tu mi devi lasciare, non amare mai più…”, così Max Frish a Ingeborg Bachmann nell’ottobre del 1958. L’amore è all’apice ma sa prevedere l’abisso di una profezia autoavverante. E dire che all’inizio la passione sembrava non immaginare fine e questo carteggio tra i due come in un alambicco di parole ce la distilla eccitante e vuota. 1959, ancora F.: “Tu, mia donna, mio amico (così spero) e mio fante, mio stimatissimo, mia straniera, donna con l’inferno in corpo, passante, tu, lì abbracciata alla rassegnazione a un miliardo, mio ineluttabile, ah, e mio intercambiabile, mio tu di nome Ingeborg, signorina e compagna, mia testa di rapa molto erudita e mia consorte, che prendo sul serio fino a rinunciare a me stesso, mio regalo e mia follia, mia parte mancante”.
Bachmann è una grande scrittrice ma alle prese con la vita di tutti: “la sera non mangio più, per tornare a essere più magra”. Ma poi, il racconto dei luoghi (suo un’immortale resoconto di Roma per quadri) è attento e tranchant. Napoli: “Mergellina, una stazione piccola e graziosa (…) stazione Garibaldi (o Stazione centrale), che è grande e orribile”. E poi: “Potrei raccontare parecchie cose buffe sulla guida a Roma. Il primo giorno, per la disperazione, volevo saltare fuori dalla macchinetta in piazza del Popolo e mollarla lì”. E ancora “Ieri abbiamo scrutato per ore, con questa pioggia, il Lago di Como, contrariati e apatici”. Le amicizie sono vertiginose. B.: “Ha appena chiamato Enzensberger da Norimberga, molto gentile, viene a trovarmi la settimana prossima). Böll è qui, lo vedo dopo” poi annota “Chiamare Visconti Chiamare Calvino” mentre Frish vede Feltrinelli.
Infine, s’intuisce l’allontanamento che spezza la catena degli eventi amorosi finora susseguitisi in escalation. F.: “All’epoca ero venuto qui per vivere insieme a te, adesso sono qui da solo, la mia situazione è spettrale e pericolosa. (…) Così, mentre l’Italia mi crolla di colpo sotto i piedi, sono piuttosto perplesso”. Una lettera del 25 maggio 1963 suona come una divisione dei beni mentre lui dichiara di volersi trasferire “nell’atelier di Gisela Andersch, che se ne va, via Margutta* 53 b, un unico locale grande, bello, ma senza sole, finestra esposta a nord sul verde, non ammobiliato”.
Che saga meravigliosa e triste la vita di Bachmann anche per come appare nella recente uscita di Gli ultimi giorni di Ingeborg (Adelphi) in cui Fleur Jaeggy rivive straziata e rabbiosa in un’indagine sentimentale la fine della scrittrice seguita all’incendio della casa romana di via Giulia.
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Max Frisch e Ingeborg Bachmann
“Non siamo stati bravi”. Lettere 1958-1972
Feltrinelli, 944 pp., 60 euro
“Non siamo stati bravi”. Lettere 1958-1972
Feltrinelli, 944 pp., 60 euro