Quello che non si può dire

La recensione del libro di Dorothee Elmiger edito da Gramma Feltrinelli, 176 pp., 18 euro

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Passano i secoli, cambiano i modi di raccontarlo, ma l’orrore è sempre lo stesso. Al suo nucleo, la paura della morte, dell’ignoto, di ciò che non riusciamo a codificare, a controllare. Un orrore che attrae e respinge. Qualcosa che non si lascia nominare, di fronte al quale la parola trema, si frantuma.
E’ in questa “terra incompiuta e abbandonata da Dio nella sua ira” che il linguaggio, pur destinato al fallimento, tenta di avventurarsi, orbitando attorno a un buco nero senza mai raggiungerne il centro. E se il silenzio sigilla l’orrore, la parola tenta di trafiggerlo, come un lampo nel buio. La scrittura diventa resistenza alla morte, una delle “formule d’incantesimo” di Nicolas Born, con cui tenere sotto sortilegio “l’essenza erratica e senza fondamento del mondo”. Per evocare i fantasmi dal fondo imperscrutabile del vuoto.
Leggere "Quello che non si può dire" di Dorothee Elmiger, vincitore del Deutscher Buchpreis 2025, significa fare esperienza di quella magia: raccontare per arginare l’angoscia generata da ciò che non è dato conoscere. Come l’oscuro fatto di cronaca che innesca il romanzo. Nel 2014 due giovani donne olandesi spariscono nella giungla panamense, lasciando tracce insufficienti a ricostruire l’accaduto. Tra queste, novantuno fotografie indecifrabili, scattate in rapida successione prima dell’alba. Dieci anni dopo, un noto regista teatrale, affascinato dall’enigma, decide di ambientare un’opera nel luogo della scomparsa, assieme ad artisti, tecnici e una scrittrice incaricata di trascrivere i dettagli dell’impresa. La sparizione delle olandesi diventa l’assenza attorno alla quale gravitano le storie che i personaggi si raccontano mentre penetrano nel cuore della foresta: “organismo ansimante e fumante”, contaminato da un passato di conquista, emanazione di un “grande dio vuoto”.
Tra echi di Melville e Conrad, richiami al cinema di Herzog e Coppola, riflessioni di Adorno e Horkheimer, Elmiger mostra anche la tracotanza della contemporaneità: la pretesa che ogni cosa possa essere compresa, replicata, resa funzionale. Corrispondenze sotterranee emergono tra le diverse forme di violenza: nei rapporti fra uomini e donne, nell’assoggettamento della natura, nella storia coloniale, nella famiglia. Fino a coinvolgere la rappresentazione artistica e la scrittura, esposte al rischio di riprodurne le logiche. La narrazione procede per fotogrammi. Tra un’immagine e l’altra si insinua uno spazio d’ombra. Quello che non si può dire. Il rovescio oscuro del visibile.
    
Dorothee Elmiger
Quello che non si può dire
Gramma Feltrinelli, 176 pp., 18 euro