qualcosa da leggere
La colorista
La recensione del libro di Susan Daitch edito da Safarà, 288 pp., 19,50 euro
9 SET 26

Leggendo "La colorista" si capisce perché David Foster Wallace abbia definito la sua autrice, Susan Daitch, una delle scrittrici più intelligenti degli Stati Uniti. Il libro, che arriva in Italia grazie alla traduzione di Claudia Durastanti a tre decenni e mezzo di distanza dalla pubblicazione originaria, contiene infatti tutti gli ingredienti postmoderni che caratterizzano anche le opere dello stesso Wallace. Troviamo innanzitutto la Storia, che fa capolino sempre e solo sullo sfondo come un rumore indistinto e un po’ fastidioso che disturba le banali vite dei protagonisti. Il più coinvolto con eventi legati al reale è il co-protagonista Eamonn, il coinquilino della protagonista e narratrice Julie. Eamonn è infatti un fotografo di origine irlandese, coinvolto da tale Freddie Driscoll in alcuni reportage riguardanti gli attivisti nordirlandesi incarcerati da Londra per terrorismo e una misteriosa nave carica d’armi intitolata a un’antica piratessa. Postmoderno è anche il lavoro che i personaggi svolgono, che ha a che fare con la definizione e la rappresentazione della realtà: se con le sue fotografie Eamonn vorrebbe riprendere la vita per farne documento (e infatti vende molti servizi ai giornali, pur rimanendo insoddisfatto da tale limite), Julie e l’amica-collega Laurel lavorano alla realizzazione della serie a fumetti della super eroina galattica Electra, che vorrebbero rendere una donna padrona delle sue scelte mentre per il loro capo, l’infantile Mister Loonan, deve limitarsi a solleticare bassi istinti maschili. Quando la serie chiude, entrambe cercano di reinventarla dandole una nuova vita, arrendendosi però quando si accorgono che le loro vite reali tendono continuamente a sovrapporsi a quella della loro eroina. Entrambe finiscono così a falsificare opere d’arte ricopiandole da quadri e disegni di musei. I fallimenti professionali dei tre personaggi – paralleli alle loro deprimenti vite fatte di precarietà economica e paura di diventare adulti – rendono evidente l’impossibilità di una qualsiasi forma di arte che possa avere ancora un senso, nel mondo consumista e capitalista degli anni Novanta americani a New York. L’ultimo dettaglio postmodernista racchiude la storia in una sorta di metanarrazione grazie allo stile e alla prospettiva scelti. La narratrice, Julie, racconta infatti la sua vita e quelle degli altri intorno a lei come se fossero frammenti in presa diretta di un enorme film che si svolge davanti ai loro occhi. Un film che però lei, come tutti, può solamente limitarsi a guardare, senza nessuna speranza di poter attivamente intervenire. A distanza di tre decenni, possiamo dunque finalmente apprezzare un testo figlio dello spirito del suo tempo, che coinvolge per il modo con cui obbliga il lettore a riflettere sulla realtà senza illuderlo di farne parte come in una favola.
Susan Daitch
La colorista
Safarà, 288 pp., 19,50 euro
La colorista
Safarà, 288 pp., 19,50 euro