La valle dell'Eden

La recensione del libro di John Steinbeck edito da Bompiani, 704 pp., 19 euro

Immagine di La valle dell'Eden
Forse influenzati da Dante, siamo abituati a immaginarci l’Eden lassù, in alto. Anche Leopardi collegava felicità e ascesi: “Forse s’avessi io l’ale da volar su le nubi […] più felice sarei”. Ma nel quarto capitolo di Genesi, quando Caino ha ormai commesso il fratricidio e Dio lo ha marchiato, e gli tocca di continuare a vivere, sì, ma fuori dall’Eden, non si parla di alto e basso: si dice soltanto che Caino se ne va “a est di Eden, nella terra di Nod”. E’ il luogo in cui abitiamo tuttora, noi discendenti di Caino: e John Steinbeck nel 1952 ci ha scritto un libro (“East of Eden”, erroneamente tradotto con il titolo “La valle dell’Eden”).
“Il territorio a est dell’Eden non è l’Eden, questo certamente no, ma nemmeno si può dire che si collochi a un’insuperabile distanza”, si appuntava l’autore californiano nel 1951. Ci si può chiedere cosa intendesse, e se avesse bevuto (cosa che non gli era insolita), dato che qualcuna ne aveva vista: la Grande Guerra (da lontano), la Seconda (da vicino), la Grande Depressione e il Dust Bowl (da dentro). Più tardi, il Vietnam. E ancora: due brutti divorzi, due figli di difficile gestione, il migliore amico morto sotto un treno. E nessuna fede a cui aggrapparsi, se non nell’uomo (era massone).
Eppure, questo non credente conosceva la Bibbia meglio di tanti credenti (come il personaggio di Lee nel romanzo), e non solo perché born in the USA… Nella “Valle dell’Eden”, infatti, in cui tutto è biblico a partire dal titolo, assieme al cinese Lee, il personaggio che più stupisce, e l’unico in grado di dare un sano ceffone al protagonista Adam (uomo di mezza età in crisi, in cui non è difficile rintracciare lo Steinbeck degli anni Quaranta), è Samuel Hamilton. Uno che “non parla come noialtri. E’ irlandese. Ha un sacco di progetti, cento progetti al giorno. Ed è pieno di speranza”. Costui altri non è che il nonno di Steinbeck stesso, dal lato materno: un povero Cristo (e cristiano) che s’è buscato l’unico appezzamento nella valle del Salinas dove non cresce un fico secco. Eppure, è capace di affermare: “Mi piace quel mucchio di polvere. Lo amo come una cagna ama il suo cucciolo più macilento. Amo ogni selce, ogni affioramento che spacca l’aratro, amo il piccolo strato secco di humus, amo il suo cuore arido. Da qualche parte nel mio mucchio di polvere c’è un tesoro”. E non guarda così solo la propria terra, ma anche Adam.
Forse davvero l’Eden non è a un’insuperabile distanza, e non è in alto, ma dentro. Serve scavare nella polvere del cuore. Per farlo, però, occorre un amico: cioè uno che ci guardi con speranza. Da qui viene la possibilità di ricominciare sempre, e di non essere asserviti al (proprio) male, che nel romanzo è sintetizzata dalla parola chiave timshel, il “tu puoi (vincere il tuo peccato)” che Dio dice a Caino prima dell’esilio. Ma non è un “tu puoi” alla Pico della Mirandola, né un’eco di Pelagio: poiché “sotto gli strati superficiali della loro fragilità gli uomini desiderano essere buoni e vogliono essere amati. Anzi, quasi tutti i loro vizi sono tentativi di trovare una scorciatoia per il bene”. E’ fin troppo chiaro, infatti, che da soli non ci si salva.
Le ali per la felicità ancora non le abbiamo inventate. Il Novecento ha provato a forgiarsene tante, finendo miseramente ogni folle volo, come Icaro, in un mare di sangue. Eppure, nel mezzo di quel secolo, mentre qua in Europa vinceva il partito del nichilismo, negli Stati Uniti usciva questo capolavoro che ancora oggi è una provocazione al nostro avvilimento. Un plauso alla Bompiani per avercelo ricordato, ristampandolo in una collana intitolata “Classici contemporanei”: è il posto che gli compete. (E che Dio ce la mandi buona per la serie Netflix prossima ventura).