Qualcosa da leggere
Steve Jobs. L’esilio
La recensione del libro di Geoffrey Cain edito da Egea, 376 pp., 26 euro
12 AGO 26

Quella è la porta, mister Jobs! Aprile 1985. Steve Jobs esce dal quartier generale di Cupertino, estromesso dalla società che lui stesso ha fondato. Passerà i successivi dodici anni, fino al 1996, in un limbo imprenditoriale lanciando NeXT, una nuova, visionaria sigla che non riesce mai a intercettare il gusto del nascente pubblico digitale: fallimenti, bancarotte, umiliazioni. E’ il “decennio perduto” di Jobs, ben ricostruito da Geoffrey Cain, giornalista d’inchiesta già autore di libri su Samsung e sulla sorveglianza tecnologica cinese. Quegli anni per Steve non sono soltanto una parentesi da dimenticare prima del trionfo con iPod, iPhone e iPad, quanto il laboratorio in cui si forma il Jobs maturo. Il prodigio impulsivo degli esordi – scacciato dalla sua stessa equipe per la l’instabilità caratteriale – impara a disciplinare la propria ambizione e a trasformare il perfezionismo autodistruttivo in metodo.
A latere c’è il destino paradossale di NeXT: un'azienda che non sfonda commercialmente, ma che nel 1996, quando viene acquisita da Apple – in crisi profonda –, porta in dote ben più di un’avanzata tecnologia. Riporta a casa lo stesso Jobs e con lui il sistema operativo che costituirà l’ossatura di macOS e di tutto l’ecosistema Apple contemporaneo. Cain non demolisce il mito Jobs, ma lo destruttura, restituendo a chi legge una figura più fragile e umana e per questo più credibile. L'edizione italiana esce con una bella introduzione di Diego Piacentini, per anni ai vertici di Apple.
Geoffrey Cain
Steve Jobs. L’esilio
Egea, 376 pp., 26 euro