Il pappagallo di Flaubert

La recensione del libro di Julian Barnes edito da Einaudi, 230 pp., 12 euro

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Solo ora che Julian Barnes dice di essere arrivato alla fine della sua carriera di romanziere, ho letto uno dei suoi libri più famosi, Il pappagallo di Flaubert (1984). Ma dalla fine, in realtà, Barnes è sempre partito: il suo tema ricorrente è l’elaborazione di un lutto, il tentativo di chiarire un punto cieco del passato. E’ un romanzo, Il pappagallo di Flaubert? Forse a metà. Certo ha il tipico incanto barnesiano: la prosa elegante, agile e secca, che mima un monologo sussurrato, come a tentoni; il modo sorprendente di alternare scene di vita a brevi teorie che si ripropongono con variazioni musicali a distanza di qualche decina di pagine; il senso di irreparabilità del destino, dei caratteri, del tempo. Dopo la lettura, al solito, si somiglia un po’ a commensali che si alzano da tavola dopo un pranzo squisito che però non li ha saziati.
Il medico inglese in pensione, che non trova le parole per raccontare la sorte della moglie morta, si difende e si esibisce descrivendo qui la sua passione per Flaubert, cioè per lo scrittore a cui tutte le parole sembravano ormai compromesse, e che perciò rimase chiuso fino a soffocare in una mimesi ironica da pappagallo virtuoso. Già quarant’anni fa, Barnes ci avvisava di una malattia esegetica oggi evidente a tutti coloro che si occupano del rapporto tra arte, storia e politica: “il presente osserva un grande personaggio del secolo trascorso e si domanda, Era dalla nostra? Stava dalla parte dei buoni? Che mancanza di fiducia in se stessi traspare da queste domande: il presente vuole per un verso far da padre al passato, sentenziando su quanto sia accettabile a livello politico, e per l’altro, essere lusingato, ricevere segnali di approvazione e sentirsi incoraggiare a proseguire sul cammino intrapreso”.
Julian Barnes
Il pappagallo di Flaubert
Einaudi, 230 pp., 12 euro