Democrazia in America

La recensione del libro di Alexis de Tocqueville edito da Utet, 896 pp., 18 euro

12 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 06:20
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Dopo l’idea della virtù, non ne conosco una più bella di quella dei diritti… L’idea dei diritti non è altro che l’idea della virtù introdotta nel mondo politico”. Così come ci servono il riminese Fellini o il napoletano Sorrentino per raccontare Roma, è utile spesso una lente straniera per capire bene un paese. Per intuire la grandezza e le anomalie dell’esperimento americano, di cui quest’anno ricorrono i 250 anni, non c’è testo più congeniale della Democrazia in America di Alexis de Tocqueville, il cui bisnonno perse la testa sotto la ghigliottina. Sdraiati all’ombra del proverbiale ombrellone, tra settimane enigmistiche e fette di melone, viaggiamo insieme a un normanno liberale del Diciannovesimo secolo che attraversa il paese per nove mesi, e che cerca di individuare lo scarto tra il bisogno di uguaglianza e la conservazione della libertà individuale, comparando le istituzioni con l’Europa aristocratica.
Un manuale per capire come anche la miglior repubblica – costruita a tavolino da intellettuali di mondo che studiavano gli antichi romani – possa scivolare inesorabilmente verso forme di conformismo di massa, populismi beceri e attraenti, e tossiche polarizzazioni, e come sfuggire a queste derive (perché si può). Dice a un certo punto Tocqueville: “In America ho incontrato uomini che aspirano in segreto a distruggere le istituzioni democratiche del loro paese”. Come ha ricordato il fondatore di questo giornale: siamo in fondo, noi occidentali, “allievi di Montesquieu e di Tocqueville”. Lo si legga, come si leggono i classici che si tengono da consumare in vacanza. (Se resta del tempo, si continui con Il viaggio in America, del Tocqueville, sexy l’edizione di Humboldt Books con tanto di foto).
Alexis de Tocqueville
Democrazia in America
Utet, 896 pp., 18 euro