La virtù sovversiva della moderazione

L'equilibrio si rende necessario a maggior ragione in un momento in cui l’ardore e l’eccessivo entusiasmo per una qualunque causa politica, magari anche nobile, sembrano far dimenticare quanto possano condurre al fanatismo e al fondamentalismo. Il libro di Aurelian Craiutu

8 AGO 26
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Postliberali, conservatori reazionari, radicali: sono le posture ideologiche che guidano questi nostri tempi polarizzati. Ad accomunarli è il rifiuto della civiltà liberale e della società aperta, concepite come stanche etichette di cui disfarsi. In vista di cosa? Non è chiaro. Quel che invece è chiaro è che la libertà non è più vista – lo è mai davvero stata? – come madre dell’ordine ed elemento imprescindibile di una buona società. Karl Popper affermava che è meglio darsi da fare per combattere mali concreti, visibili e limitati piuttosto che nemici astratti e universali, dai contorni incerti: quest’ultima è solitamente la via seguita da chi desidera fare tabula rasa dell’esistente, la via giacobina, sempre in voga. Si può mai pensare di edificare qualcosa adottando la strategia del “Grande Rifiuto”? Difficile. La storia è piena di esempi in tal senso; ma, si sa, anche se dovrebbe essere maestra di vita nella teoria, raramente lo è stata nella pratica. La speranza, però, permane.
Aurelian Craiutu, teorico della politica all’Università dell’Indiana, ha scritto un libro davvero controcorrente, per tutto quello che siamo appena detti. In “Essere moderati. Lettere ai giovani radicali” (IBL Libri, 284 pp., 20 euro), lo studioso afferma in pieno spirito oakeshottiano – rifacendosi, cioè, allo scetticismo liberale del filosofo britannico Michael Oakeshott tipicamente espresso in “Razionalismo in politica e altri saggi”, anch’esso pubblicato da IBL Libri – quanto sia necessaria la virtù della moderazione a maggior ragione in un momento in cui l’ardore e l’eccessivo entusiasmo per una qualunque causa politica, magari anche nobile, sembrano far dimenticare quanto possano condurre al fanatismo e al fondamentalismo: “Sebbene la moderazione non offra tutte le risposte ai nostri problemi sociali e politici – si legge – quanto meno ci mette a disposizione una bussola indispensabile per navigare in mari tempestosi e oscuri verso un porto di cui non conosciamo la posizione”. Nel libro, Craiutu immagina una conversazione con due giovani: un radicale di destra e un radicale di sinistra, ciascuno lo specchio dell’altro perché accomunati dall’anti liberalismo più viscerale e dall’odio per la moderazione. Le bussole che l’Autore utilizza per mostrare le qualità di questa virtù sono tanto pensatori classici, come Aristotele e Cicerone, Montaigne e Montesquieu, Burke e Tocqueville, quanto contemporanei come Oakeshott e Ortega y Gasset. Proprio quest’ultimo, in particolare, ricordava non solo come il liberalismo costituisse “la generosità suprema”, dal momento che tutela le minoranze dall’arbitrio delle maggioranze, ma anche come essere o dirsi di destra o di sinistra è spesso “una delle infinite maniere che l’uomo può scegliere per essere imbecille”. Perché? Si tratta null’altro che di “forme dell’emiplegia morale”, cioè modi per guardare la realtà in senso monofocale e aprioristico, ideologico e settario.
In una delle lettere che invia ai due immaginari, ancorché realistici radicali, Craiutu invita al realismo: “Nella vita reale non esistono scelte facili, ma solo compromessi difficili tra valori e principi contrastanti e diverse sfumature di grigio. Esistono pochissimi (forse nessuno) test affidabili e raggiungere una chiarezza totale è un obiettivo impossibile da ottenere nella maggior parte delle questioni politiche. Diffidate quindi dei profeti di sventura che dividono il mondo in fazioni inconciliabili e vogliono convincervi che dovete assaltare la cabina di pilotaggio o rassegnarvi a morire”. Un piccolo manifesto di radicale buon senso: mica male.