una fogliata di libri
La profezia del presente nell'ultimo romanzo di Thomas Pynchon
In "Shadow Ticket", il romanziere di Long Island trasporta i lettori attraverso i suoi cliché di sempre: cambi di scenario, accenni di paranormale, tanta musica in sottofondo e personaggi dai nomi più disparati. Per approdare, alla fine, a una riflessione sugli autoritarismi.
1 AGO 26

Un'immagine per ogni pagina del romanzo di Thomas Pynchon 'L'arcobaleno della gravità', di Zak Smith, composta da 755 elementi di tecnica mista su carta (foto Getty)
Sul New Yorker di qualche mese fa la scrittrice Kathryn Schulz ci aveva avvisato: siamo sguazzando “in un momento in cui la realtà sembra aver raggiunto le finzioni di Thomas Pynchon”. Il 7 ottobre scorso è infatti uscito per Penguin l’ultimo romanzo del grande recluso della letteratura americana, “Shadow Ticket”, e tra poco dovrebbe essere disponibile anche l’edizione italiana allestita da Einaudi Stile Libero. Non manca il divertente tour de force dei vecchi cliché pynchoniani: il poliziesco postmoderno pieno di cambi di fronte (il Milwaukee, l’Ungheria, la Transilvania e Fiume), l’apport del paranormale, il riferimento alla musica (con la swing band The Klezmopolitans) e soprattutto il nominalismo accesso, corrusco, selvaggio (dal detective Hicks McTaggart dell’agenzia Unamalgamated Ops alla cantante April Randazzo, dal boss don Peppino fino all’agente dell’Interpol Egon Praedinger, ad Ace Lomax, braccio destro di Bruno Airmon, e al golem ceco Zdenek).
L’ossessione dei nomi è un tratto immediatamente visibile nella narrativa di Pynchon. In “L’arcobaleno della gravità” (1973), suo capolavoro assoluto, ai margini derridiani della leggibilità, i nomi così astrusi, laceranti e al contempo rimarchevoli la fanno da padrone. La trama è impossibile da riassumere: in questa immensa e scricchiolante scacchiera di eventi ambientata in Europa durante la Seconda guerra mondiale vagolano tali Tyrone Slothrop, Katje Borgesius, “Blicero” Weissman, Jeremy “Castoro”, Laszlo Jamf, Morituri, Džaqyp Qulan, Geoffrey “Pirata” Prentice, Squalidozzi. Ed essi sono elencati qui a caso in mezzo a una ben più ampia miriade che forse equivale a un ette, assottigliandosi. O forse rasenta le fiammate ermeneutiche della Qabbalah. Perché l’appellare furiosamente è uno dei procedimenti diegetici più immediati e pervicaci nell’ottantanovenne newyorkese? C’è da fare una sortita nella psicanalisi lacaniana e nella forclusione del Nome-del-Padre, il significante fondamentale non simbolizzato, il perno che scivola via con il senso e la realtà. Oppure, segnatamente, c’è una nostalgia in Pynchon, la nostalgia del totalmente Altro di Max Horkheimer che è pigiata e soverchiata dalla moltiplicazione dei segni? A dar di frego, a friggere e sfrigolare la frammentazione, si direbbe di sì. Walter Benjamin potrebbe parlare di “pura lingua”, un’origine perduta in cui le parole e le cose coincidevano. Eppure, suggestioni a parte, il Pynchon di “Shadow Ticket” pone lo sguardo anche sulla profezia del presente. Tra giocatori di bowling antidemocratici, industrie lattiero-casearie e “La Lampa Plej Malbongusto” (una lampada di pessimo gusto), tra corrieri in motocicletta, lo spionaggio internazionale, il “Business Plot” e l’eterea Daphne, emblema di una femminilità che sguscia (come in “V.”, il romanzo d’esordio), non ci si raccapezza se non sulla linea d’ombra di quello sconvolgimento finale a stelle e strisce che porta alla controfattuale deposizione di Franklin Delano Roosevelt da parte del generale Douglas MacArthur. E’ un’allostoria a tutti gli effetti, ovviamente in salsa di hysterical realism, guitta e tenebrosa. Il gancio è il 1932, anno in cui – con il Proibizionismo e la Depressione in corso – MacArthur guidò la violenta offensiva militare contro la Bonus Army, una protesta di veterani della Prima guerra mondiale a Washington. Il periodo è esattamente quello di rapida ascesa degli estremismi europei e americani, e di eccessi (e ascessi) autoritari. Pynchon maschera, elude e rade di fresco: ma il dito è lì puntato a cent’anni or sono. Seguilo, lettore.