una fogliata di libri
Giulio Einaudi, l’uomo in bianco
Sobrio ed elegante sempre, anche quando scherzava prendendoti in giro, anche dopo aver bevuto vari bicchieri di vino, che doveva essere dei migliori. Il libro di Paolo Di Stefano
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Foto Lapresse
Se devo abbinare un colore alla figura di Giulio Einaudi, è senz’altro il bianco. Lo ricordo infatti sempre con qualcosa di bianco addosso, ma soprattutto lo vedo muoversi in spazi bianchi: la casa editrice di via Biancamano, a Torino, la sua casa di Roma vicino piazza Argentina, per non citare il bianco dominante delle copertine dei libri che pubblicava. Sobrio ed elegante sempre, anche quando scherzava prendendoti in giro, anche dopo aver bevuto vari bicchieri di vino, che doveva essere dei migliori, possibilmente il suo, fatto nelle terre della sua Dogliani in Piemonte.
Non a caso Franco Lucentini lo definiva “grandissimo arredatore”, così sicuro di sé che chiedeva aiuto a noti amici architetti e poi faceva di testa sua. Lo leggo in un libro di Paolo Di Stefano entusiasmante per la capacità di ricreare il passato attraverso gli oggetti. E’ “Casa come me: Einaudi”, uscito da Electa. In verità “Casa come me” è titolo di una nuova collana illustrata, diretta da Andrea Cortellessa e Emanuele Trevi, e si ispira a come Curzio Malaparte aveva battezzato la sua villa di Capri, “Casa come me: fra mare e terra sul ciglio dell’infinito”. E sul ciglio dell’infinito di se stessi intendono collocarsi i testi di questa collana che “vuole essere a sua volta un luogo: quello in cui i protagonisti dell’arte, della letteratura e dell’editoria vengono raccontati nella chiave del loro rapporto con gli spazi e col senso dell’abitare”.
Parlando dell’Einaudi di via Biancamano, Di Stefano fa inevitabilmente il ritratto di un gruppo, con le sue singole manie e stranezze, da Cesare Pavese che arrivava in ufficio e, senza togliersi il cappotto, si buttava a dormire sul suo divanetto a Italo Calvino che lavorava in un ufficetto striminzito. E tutto era regolato con sapienza dittatoriale dal “divo Giulio” che stabiliva anche con la distribuzione degli spazi “il significato simbolico delle forze dei poteri in campo”. Era il Giulio Einaudi della giovinezza e della massima creatività, quando differenziava le persone che lavoravano per lui dando del lei a molti e del tu a pochissimi. Ho avuto (forse) la fortuna di conoscerlo che aveva già perso la sua creatura, passata di mano per eccesso di spese non più sostenibili. A noi giovani scrittori ed editori di cui amava circondarsi dava e si faceva dare del tu. Aveva però conservato il suo atteggiamento regale e spiritosissimo e pretendeva di insegnarci (giustamente) come si fa un libro tecnicamente, ma non solo, anche quel che dovevamo mangiare: cose semplici e pur sempre squisite, a volte cucinate con le sue proprie mani a casa nostra, innaffiate però divinamente con bottiglie portate da casa sua.
Tornando a Paolo Di Stefano, narratore e poeta che all’Einaudi ha lavorato come editor, attualmente editorialista del Corriere della Sera, voglio anche ricordare la ricomparsa in questi giorni – e a quindici anni dalla prima uscita – di un suo libro importante, “La catastròfa, Marcinelle 8 agosto 1956” (Sellerio). Sono passati settant’anni e quella tragedia resta “la più grave dell’emigrazione italiana e una delle più nere delle storie del lavoro in Europa”. Con l’aggiunta di quattro nuovi capitoli l’autore ci porta nel cuore dei fatti e tra le voci di sopravvissuti e parenti costruendo un romanzo epico drammatico e istruttivo.