La parete

La recensione del libro di Marlen Haushofer edito da Edizioni e/o, 256 pp., 18 euro

Immagine di La parete
E’ fredda e liscia. Come di vetro. Infrangibile. Una parete che, in una notte, ha separato una donna dal resto del mondo. Al di qua, uno chalet in mezzo ai boschi. Pochi animali. La natura selvaggia. Al di là, tutto è finito: uomini e animali sono pietrificati. La parete esiste. Non serve comprenderne l’origine. Ora bisogna sopravvivere.
Pubblicato nel 1963, "La parete" di Marlen Haushofer, oggi considerata una delle voci più importanti della letteratura austriaca del secondo Novecento, non ottenne il successo atteso. Seguì un lungo periodo di oblio, fino al 1983, quando, tredici anni dopo la morte dell’autrice, il romanzo fu riscoperto e divenne un libro di culto internazionale. Edizioni e/o lo ripropone mantenendo la traduzione di Ingrid Harbeck, con postfazione di Gunhild Schneider.
La parete è un enigma. Forse “l’ultimo tentativo di un essere torturato che doveva evadere, evadere o impazzire”. Il fantastico irrompe nel reale e lo incrina, mostrando cosa rimane dell'essere umano quando vengono meno le strutture e la frenesia della vita sociale. Una parete che si è dolorosamente alzata per farne crollare altre. Liberazione e prigionia insieme: difende dalla violenza, dal superfluo, dalle convenzioni, ma costringe a un’esistenza essenziale e spietata. Nessun rifugio, nemmeno un'utopia privata, può proteggerci da ciò che siamo, né dalla crudeltà umana.
Il tempo si perde, gli orologi si spezzano. Alla donna senza nome non resta alcun ruolo da interpretare. Nemmeno la sua faccia conta più, perché agli animali non interessa che faccia hai. La natura, fredda e impassibile, è indifferente alla finitezza degli uomini. Eppure qualcosa resiste alla dissoluzione. La scrittura. Scrivere per non sprofondare nella follia. Comincia così la cronaca di “una vita estranea eppure familiare”, che si nutre di “miseri resti dell’ordine umano”. Cronaca che diventa rielaborazione del proprio vissuto, in un rinnovato dialogo con la natura e gli animali.
L’io narrante si mostra distaccato. Un vuoto di rassegnazione avviluppa le parole, come se anch’esse cercassero di ancorarsi all’essenziale pur di sopravvivere sulla pagina. Caduto ogni alibi sociale, affiora nel linguaggio ciò che resta del sé. Ma scrivere non può salvare dalla morte. Di fronte all'ineluttabilità della perdita, rimane la consapevolezza che qualcosa di nuovo ci attenda sempre. Il farsi della vita, in tutto ciò che ci ha preceduto e che ci seguirà. Il semplice attendere del vivere. Nel bene e nel male. Tutto continua.
     
Marlen Haushofer
La parete
Edizioni e/o, 256 pp., 18 euro