Kafka in Italia

La recensione del libro di Benjamin Balint edito da wetlands, 128 pp., 16 euro

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Immagine di Kafka in Italia
Sono quattro i viaggi che, tra il 1909 e il 1920, hanno portato Franz Kafka in Italia. Il libro di Benjamin Balint, già autore di un saggio sulla sua eredità letteraria (Kafka’s Last Trial, 2018) li commenta. Le pagine del Diario, le lettere, le cartoline, i racconti e gli aforismi cadenzano e permettono di comprendere meglio il suo passaggio a Riva del Garda, Brescia e Montichiari (1909), poi Milano e Stresa (1911), quindi Venezia, Verona e Desenzano e ancora Riva del Garda (1913), fino a Merano (1920). Per Balint, i testi parlano. I viaggi in Italia fanno insomma chiarezza sulla sua esistenza. Nel prologo, egli ci mostra la famosa foto di Kafka in costume da bagno. Foto la cui didascalia, per molti anni, riportava quell’uomo magro raggomitolato, dallo strano ghigno, sotto una latitudine imprecisa: Travemünde, luce nordica del mar Baltico, invece del Lido di Venezia. Per Kafka, l’Italia è luogo assolato e desiderato; è la luce del Sud immaginata, in grado di allontanarlo dai grigi giorni praghesi passati in ufficio. In Italia la luce “cura” sul serio. A Riva del Garda, con i fratelli Brod, alloggia nella residenza del dottor von Hartungen, consigliata per “aria, luce, razionalmente somministrata”. Bagni di luce. Riposo. Fino all’irruzione degli aeroplani a Brescia. Momento cruciale. Testo considerevole che descrive la gara aerea, e, insieme, lascia in bella vista un piano introspettivo: quasi “un’officina per i suoi scritti successivi”. I viaggi italiani permettono a Kafka di modulare meglio la sua opera. Sono “strumenti di accordatura”. Milano, visitata con Brod, è la città dei gesti, degli uomini misurati in rapporto all’architettura (il Duomo, la Galleria Vittorio Emanuele, il Teatro Fossati, i bordelli). A Stresa il lago accentua invece l’idea di “riflesso”. Poco dopo, a Praga, scriverà La Condanna e Metamorfosi. A Venezia andrà solo. E’ lì, all’Hotel Sandwirth (oggi Gabrielli) che scriverà una delle lettere più crudeli della sua vita, a Felice Bauer. Venezia, tra i riverberi dell’acqua dei canali, l’azzurro del cielo e le pietre, è luogo della presa di coscienza della solitudine e della malattia. I viaggi si fanno più intimi. Lettere a Felice da Venezia. Lettere a Milena da Merano. C’è spazio per una breve storia di dieci giorni con la paziente G.W., di nuovo a Riva del Garda. Storia votata fin dall’inizio allo scacco. Il libro riflette sul ruolo che la cultura italiana ha giocato nella diffusione europea dei suoi libri, soffermandosi su alcune figure cruciali: Bazlen, Levi, la rivista Solaria, Calvino. Del Kafka italiano di Sebald, Balint trattiene la melanconia incomprensibile e il caldo vento del Sud. Chiude il libro il viaggio dei manoscritti a Gerusalemme. L’ultimo approdo. L’ultimo porto.
   
Benjamin Balint
Kafka in Italia
wetlands, 128 pp., 16 euro