Exit poetry. Poesia futura

La recensione del libro a cura di A. Nove, G. Policastro, L. Voce edito da La nave di Teseo, 432 pp., 25 euro

22 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 06:06
Immagine di Exit poetry. Poesia futura
Dove sta andando la poesia degli anni Duemila? Quali sono le esatte coordinate critiche per riconoscerla? Il florilegio Exit Poetry tenta di rispondere a questi interrogativi, mettendo insieme simbolicamente venticinque poeti. Il progetto antologico – o meglio, il “Triperuno”, come lo definiscono gli stessi curatori – parte dalla persuasione che le “parole-guida” nel mare magnum della post-postmodernità sono essenzialmente tre: Verità, Mutazione e Trauma. E da esse si dipana il variegato percorso dei testi scelti, ibridi e sperimentali, che hanno quasi interiorizzato il triplice snodo (è un peccato non poter riportare qui, per esigenze di spazio, la lista intera dei poeti). Nella premessa Nove, Policastro e Voce confessano: “Noi non sappiamo – sia chiaro – se le autrici e gli autori che qui presentiamo siano davvero quelli che sopravviveranno […]. Non le e li abbiamo scelti per questo, quanto piuttosto perché il futuro abita oggi le loro composizioni”.
Il tentativo di stabilire un canone su base estetica, per così dire bloomiana, che dia conto del primo quarto di secolo letterario potrebbe trasformarsi in un ircocervo: la fondamentale democratizzazione dell’arte ha raggiunto una tale estensione da mettere in crisi il concetto stesso di personalità autoriale. Soltanto in Italia, seguendo una stima approssimativa, tre milioni di persone scrivono poesie. E’ necessario piuttosto lavorare en marges, restituendo prospettive, scuole, agglomerati, tendenze, Weltanschauungen. Lo scambio dialogico che precede la carrellata mira proprio – come osserva specialmente Voce – a mettere in crisi il “canone gerarchico” attraverso “un’arbitrarietà che non si sottrae alla responsabilità della scelta”. Il criterio di fondo non sarà dunque “filologico, né storico e neanche fenomenologico: è desiderante. E’ l’impulso a riempire quella casella vuota di cui Lacan: è una macchina celibe, il tentativo di costruire un millepiani”. Ad esempio, nella sezione Verità allestita da Nove (mentre Mutazione e Trauma sono ammannite rispettivamente da Voce e Policastro), Antonio Di Giacomo “guarda in faccia il feticcio del presente mentre accade, ne interroga il flusso esondante e lo ferma in polaroid instabili”. Il tono crepuscolare di Di Giacomo si muove tra gergo mediatico e nostalgie pre-babeliche: “C’è bisogno di una lingua in esilio / per dire ad alta voce il nome dell’assenza”. L’esatto opposto si può leggere in Sergio Garau, uno slam poet che intende torcere il plurilinguismo a esigenze asemasiologiche (“über all СССР sotto terra volante / CHANCEparfum”). Dal misreading e dai calembour della poesia visiva alla spoken poetry e alle scritture collettive; dal poème en prose e dall’ipertecnicismo tecnologico fino alle “strofette-punteruolo” di Giovanna Marmo: la lirica futura riserverà ancora molte sorprese.
   
a cura di A. Nove, G. Policastro, L. Voce
Exit poetry. Poesia futura
La nave di Teseo, 432 pp., 25 euro