Le belle promesse

La recensione del libro di Pierre Lemaitre edito da Mondadori, 408 pp., 23 euro

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Pierre Lemaitre porta a conclusione la sua tetralogia che ha per protagonista la famiglia Pelletier, ma più ancora la Parigi degli anni Sessanta e Settanta che si divide tra Françoise Hardy e e Johny Hallyday, tra una ricostruzione che ha il sapore di una grandeur per sempre persa e inutilmente inseguita cantiere dopo cantiere e giochi sotterranei di potere che non sembrano portare a nulla di buono o quanto meno a un prospettiva decisamente diversa da quella promessa da una modernità che appare giorno dopo giorno più devastatrice che innovativa. Le belle promesse (traduzione di Elena Cappellini) rappresenta un’ottima sintesi del pensiero politico e letterario di Lemaitre, mai strettamente didascalico e ancor meno ideologico, ma da sempre capace con ottime intuizioni e colpi di scena di muoversi tra più ambiti e generi: dal romanzo sociale al puro hard boiled, riproponendo di volta in volta personaggi e ambientazioni che ricordano il cinema noir francese da Jean Gabin a Lino Ventura, da Jean Paul Belmondo ad Alain Delon. La bravura di Lemaitre sta nella sua capacità di non parodiare e tanto meno banalizzare un tempo ormai decisamente lontano dalla scena francese. L’autore riesce infatti a utilizzare gli schemi classici del romanzo di genere per trasformarlo in un romanzo sociale, una storia della Francia dal Dopoguerra appassionante e coinvolgente, che vive nell’inedito equilibrio tra il romanzo popolare e agreste alla Manuel Pagnol e il cinema esistenzialista noir di Jean-Pierre Melville.
Le belle promesse ha nel suo cuore un doppio inganno che obbliga a un equilibrismo ardito tutti i suoi personaggi, da sempre combattuti tra l’esterno fatto da una feroce e a tratti drammatica crisi sociale e l’interno, ovvero il tentativo di dare corpo a un ecosistema di relazioni e di sentimenti che riportino a un vero senso della vita. Ecco allora che chi appare come uno scintillante eroe potrebbe invece rivelarsi come il colpevole più feroce e disinibito. Tutto salta in quello spazio di ambiguità in cui alcuni sono pronti a tradire prima di ogni altro se stessi e la propria morale. Impossibile non restare sedotti dalla vicissitudini della famiglia Pelletier, che è sì totalmente francese, ma che contiene tutti i vizi e le virtù di quella modernità europea che fu dopo la guerra assurdamente promettente e che oggi veleggia all’interno di una stanchezza morale ed economica più deprimente che drammatica, ma di certo per nulla incoraggiante. Il romanzo ricorda da molto vicino il cinema di Claude Sautet, in particolare “Mado” del 1976 con la sua feroce critica alla presidenza di Valéry Giscard d’Estaing. Una lettura appassionante che riporta a un tempo passato e oggi residuale, ma che ha inciso fortemente anche sulla vita di oggi, ipotecando non poco il nostro futuro.
   
Pierre Lemaitre
Le belle promesse
Mondadori, 408 pp., 23 euro