Mai stanca di vivere

La recensione del libro di Riccardo Nencini edito da Mondadori, 180 pp., 19 euro

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Basterebbe la frase sulla lapide per chiudere ogni discorso: “Oriana Fallaci, scrittore”. Così, senza concessioni ad alcun modernismo linguistico. Per diverso tempo è stata l’italiana più famosa, assieme a Sophia Loren. Eppure, alla fine le hanno detto di tutto. Arrogante, infame, razzista, reazionaria, fascista. Un’eretica da abbattere. Parole senza riguardo per una storia personale vissuta sempre “in presa diretta” a testimoniare le brutalità della guerra, al di là della semplicistica dicotomia tra buoni e cattivi. Parole prive di ragionamento su quanto, con acume e – sì! – con veemenza, andava denunciando: la crisi dell’occidente, lo spregio verso le proprie radici di un’Europa “rammollita”, il calpestamento pubblico del cristianesimo come fattore di unità culturale, oltre che religiosa, l’esplosione di un islam ideologico e fondamentalista. Fatti sotto gli occhi di tutti, esposti profeticamente oltre vent’anni fa. E ricusati con il metodo consolidato della meschinità, spesso del dolo: meglio guardare al dito, non alla luna. Ma chi è stata veramente Oriana Fallaci?
Riccardo Nencini, che le è stato amico accompagnandola nel tratto finale dell’esistenza, in una intensa biografia narrativa lontana da cedimenti agiografici, ne ricostruisce i tratti più intimi. Ci sono alcune delle eroiche imprese giornalistiche e delle battaglie, con le quali ha segnato parte del Novecento e l’inizio del Duemila, lette attraverso i suoi scritti e documenti archivistici anche inediti; ma c’è soprattutto lo scavo, delicato, nella personalità e nel carattere della “Signora” di Firenze. I suoi talenti, le sue ferite, i suoi crolli, le sue risalite. Dal modo di coinvolgersi, in adolescenza, nella Resistenza; a quello di partecipare dei suoi amori, Alfredo Pieroni, François Pelou, Alekos Panagulis, capaci di incidere con il dolore la sua scorza di donna apparentemente inflessibile; di sopportare i tradimenti della città natale, visceralmente amata, ma ingrata e cinica, dove comunque deciderà di terminare i suoi giorni; di interpretare il rapporto con la morte e la vita, che “è bella anche quando è brutta, nascere è il miracolo dei miracoli, vivere il regalo dei regali…”; di stare di fronte al “mistero”: non aveva fede, ma le sarebbe piaciuto “perché chi non crede in Dio è molto solo”, diceva, mostrando una tensione più bruciante di tanti cruciferi da palcoscenico. Viscerale, ossessiva, elegante, perfezionista, fuori schema. Dall’inizio alla fine. Quando in procinto “dell’incontro più importante” chiede non a caso di farsi seppellire con l’orologio militare al polso. Un soldato. Come chi va al fronte consapevole del pericolo, ma misteriosamente attratto da quella follia putrida che ti fa vedere “l’uomo in faccia”. Una vestale della libertà. Come Buck, il cane de Il richiamo della foresta di Jack London che, bambina, la conquistò per sempre. Mai doma, Oriana. E mai stanca di vivere.
    
Riccardo Nencini
Mai stanca di vivere
Mondadori, 180 pp., 19 euro