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Ejzen. Opera buffa
La recensione del libro di Guzel Jachina edito da Edizioni e/o, 576 pp., 22,50 euro
8 LUG 26

Visionario sperimentatore, inventore di un linguaggio cinematografico complesso, ma anche bestia nera dei cineclub, irriso e sbeffeggiato dal Fantozzi che insorge contro le proiezioni ad oltranza de “La corazzata Potëmkin” (ribattezzata impietosamente Kotiomkin), Ejzenstein è stato senza dubbio uno dei cineasti più studiati e odiati del Novecento.
Guzel’ Jachina, scrittrice in lingua russa nata a Kazan, nel Tatarstan nel 1977, sceglie il romanzo, sotto forma di “opera buffa”, per ridare vita in modo ironico, brioso, alla vulcanica personalità di un artista molto citato ma forse, almeno in occidente, poco conosciuto nella ampiezza della sua opera al di fuori delle aule universitarie. Ejzen inizia con il protagonista che, sul set, dopo essersi aggrappato al “velluto scivoloso dell’abito” della sua attrice, stramazza a terra, colto da un infarto. Soccorso immediatamente viene portato all’ospedale del Cremlino per essere curato e sorvegliato, visto il suo grande prestigio sia in patria che all’estero. Siamo nell’immediato Dopoguerra, Ejzenstein ha quarantotto anni, su quel letto inizia a ricordare tutto il suo tumultuoso passato. Nato nel 1898, a Riga, Ejzenstein individua precocemente nel disegno e nel teatro le sue passioni, il primo lo ribattezza “amore per la linea”, il secondo per la “finzione”. Queste due predilezioni hanno in comune un potere, possono far ridere, ma anche spaventare, hanno la capacità di entrare direttamente nella testa delle persone, senza mediazioni, e plasmarne le idee, le opinioni. I suoi disegni, sono fatti però “con la testa”, dicono contrariati i professori, “il ragazzo non vede un accidenti di niente”. La realtà viene deformata in una chiave grottesca, esagerata, inservibile come rappresentazione della natura. Anche a teatro, dove inizia a lavorare come attore, la sua recitazione è eccessiva, troppo modellata sui clown del circo, altra sua grande passione.
Si avvicina allora al più grande regista russo degli anni Venti, Mejerhol’d, del quale diventa stretto collaboratore e successivamente ai gruppi del cinema sperimentale di Kulesov e con gli ambienti più radicale dell’avanguardia sovietica. Passa quindi dietro la macchina da presa. “Nel cinema è l’immagine che conta. Mostri qualcosa alla gente e ci crederà”, sulla base di questa dichiarazione apparentemente banale, Ejzenstein fonda le sue articolate riflessioni sul montaggio e sul linguaggio cinematografico dando vita, nella seconda metà degli anni Venti a capolavori come “Ottobre” e “La Corazzata Potëmkin”. Opere che rivoluzionano il cinema che attirano le attenzioni luciferine di Stalin, bramoso come tutti i dittatori di utilizzare il cinema per consolidare il suo sempre più immenso potere.
Guzel Jachina
Ejzen. Opera buffa
Edizioni e/o, 576 pp., 22,50 euro
Ejzen. Opera buffa
Edizioni e/o, 576 pp., 22,50 euro