una fogliata di libri
Il canto di Haïganouch
La recensione del libro di Ian Manook, Fazi, 359 pp., 20 euro
24 GIU 26

Dopo L’uccello blu di Erzurum (Fazi 2022), Ian Manook prosegue nella dolorosa e drammatica saga di una famiglia armena travolta dalle grandi tragedie del Novecento.
Il canto di Haïganouch trae ispirazione da una particolare vicenda storica, poco nota ma realmente accaduta: il rientro nell’Armenia sovietica, dopo la Seconda guerra mondiale, di alcune decine di migliaia di profughi sparsi fra Europa e Medio oriente, atrocemente ingannati da un appello di Stalin nel 1947. A un popolo sterminato e disperso viene prospettato un futuro prospero e sereno nell’antica terra dei Padri, ora paradiso socialista. L’ingenuo Agop, uomo temerario e impulsivo, decide di partire, mosso anche dalla recondita speranza di ritrovare traccia della povera Haïganouch, scomparsa nel nulla da bambina durante il genocidio del 1915. A nulla valgono i tentativi dei familiari di dissuadere il testardo Agop dal suo sciagurato progetto: l’ostinazione degli armeni è notoriamente invincibile. “Torno in patria per ridiventare armeno, non per diventare comunista”. La famiglia lo raggiungerà non appena si sarà sistemato, dice; se invece le cose dovessero mettersi male, sarà lui stesso a tornare a casa. Già durante il viaggio in nave da Marsiglia e subito all’arrivo in Armenia, i poveri esuli si rendono conto di essere stati ingannati e si ritrovano prigionieri in un mondo da incubo, oppressivo e poliziesco. Cominciano così le infinite peripezie di Agop e le vessazioni dei suoi sventurati connazionali. Nel frattempo, la povera Haïganouch, rimasta cieca fin dall’infanzia e divenuta poetessa, musicista e cantante di grande sensibilità e grazia, viene rintracciata dalla polizia politica di Stalin: suo marito è brutalmente ucciso sul posto, e lei stessa deportata in Siberia. Non sa neppure se suo figlio Assadour sia stato anch’egli fucilato, oppure sia vivo. I due sventurati protagonisti vengono così sottoposti a innumerevoli disavventure e privazioni, fra lunghi viaggi, fughe rocambolesche e ogni genere di traversie, in un romanzo corale dove solo fortuiti incontri con personaggi “umani” evitano il compimento di un tragico destino.
Ian Manook, pseudonimo dello scrittore franco-armeno Patrick Manoukian – noto per la trilogia di polizieschi del commissario Yeruldelgger, ambientati in Mongolia – propone anche in questo caso un romanzo tipico della letteratura d’avventura, con continui colpi di scena a ritmo serrato. Vi si trovano violenza, oppressione, disperazione, suspense, ma anche l’amore e persino il sesso, alternati a momenti di struggente malinconia. Solo molti anni dopo la morte di Stalin, a pochi armeni con doppia cittadinanza sarà concesso di fare ritorno ai paesi di provenienza.
Il canto di Haïganouch
Ian Manook
Fazi, 359 pp., 20 euro
Ian Manook
Fazi, 359 pp., 20 euro