una fogliata di libri
Gli inascoltati
La recensione del libro di Diego Minonzio, Polidoro Editore, 264 pp., 18 euro
24 GIU 26

Questa è la storia di un duello esistenziale sofisticato e profondo: dell’autore con il suo personaggio, è uno di quei romanzi in cui avviene un’identificazione tra lo scrittore e il dramma interiore del suo protagonista.
Diego Minonzio, giornalista, da anni alla guida della Provincia di Como, Lecco e Sondrio, ha scelto di esordire con un’opera che è un depistaggio narrativo, in cui la figura principale – il direttore di un quotidiano senza nome, nel giorno dell’insediamento alle prese con un inestinguibile flusso di coscienza che gli riporta frammenti di vita e cronaca e lampi da un tessuto misto, quello della sua esistenza – fa il suo stesso lavoro. Ti aspetti passionaccia per la professione, retoriche di sorta, noia magari. E invece: è un magma emotivo denso di dolore e di emozione che si prende la scena. Il lettore ondeggia sotto i colpi di un racconto e di una scrittura autenticamente letterari che, a tratti, rinunciano a prendere fiato. I periodi si estendono a dismisura, la scena, per contrasto, si spopola di personaggi. Manca lo spazio per un qualsiasi rilassamento, si dissolvono l’occasione e la trama stessa e quella che, all’inizio, poteva parere una requisitoria affilata contro lo star system editoriale, contro i moloch di un lavoro ormai in decadenza, diventa tutt’altro, diventa l’occasione di un confronto morale, per la vita e per la morte: è possibile il riscatto da una vita piatta, ideologica? Chi sono gli inascoltati? Creature di sangue e nervi, gli uomini hanno un effettivo desiderio di dignità o meno? E, senza scampo, al netto dei desideri di purezza di ognuno, un senso dell’onore è praticabile? Il direttore insediando, in attesa di dare al mondo la notizia che cambierà le sorti dell’umanità, racconta e si racconta. Ripercorre vita bruciata, rabbia, soprattutto il Male (emme maiuscola, sì) che gli è toccato vedere. Poi il rapporto complesso con la madre e, centro ideale del libro, il suo confronto con il padre. Cosa da titani, dove nessuna pietà è ammessa: se entra dalla porta dell’infanzia il dolore può segnare l’esistenza intera. E, forse, indirizzarla.
Si ha l’impressione – scelta in vero massimalista – che, nella scrittura di questa sua opera prima, Minonzio abbia, con coraggio, tenuto vicino A colpi d’ascia di Thomas Bernhard. Modello sublime e altissimo in cui solo la forma, la nozione di stile e ritmo, mette (un poco) al riparo dalle atrocità, dalla stupidità senza fine cui la vita consegna gli esseri umani. Il lettore, sempre agli estremi di una matassa emotiva amplificata, si trova a odiare brutture e illusioni. A trovare rifugio nella loro messa a nudo. Contano solo i privatissimi atti della vita nostra e nient’altro nell’economia dell’esistenza. Cosa resta, poi, se resta qualcosa? Forse un insopprimibile desiderio di pace, la speranza di qualcosa di diverso, da qualche parte, altrove.
Gli inascoltati
Diego Minonzio
Polidoro Editore, 264 pp., 18 euro
Diego Minonzio
Polidoro Editore, 264 pp., 18 euro