La piazza del Diamante

La recensione del libro di Mercè Rodoreda edito da La Nuova Frontiera, 208 pp., 16,90 euro

Immagine di La piazza del Diamante
"Lei e io balleremo un valzer in punta di piedi in piazza del Diamante… gira che ti gira… Colombetta. Lo guardai molto seccata e gli dissi che mi chiamavo Natàlia e quando gli dissi che mi chiamavo Natàlia rise di nuovo e disse che io potevo avere un solo nome: Colombetta”: Mercè Rodoreda, tra le voci più brillanti della letteratura catalana del Novecento, nel suo romanzo più celebre, "La piazza del Diamante", inizia la narrazione da una piazza piena di musica e danze, quando la guerra civile è silente e c’è ancora lo spazio e il tempo per cedere all’amore, o almeno alla sua illusione. Il suo libro racconta la vita di Natàlia, che diventa donna tra le strade di Barcellona durante la guerra: una ragazza semplice, di una ostinata sensibilità – “un giorno gli dissi che pur essendo povera ero delicata di sentimenti”, come dice la protagonista –, abituata a trattenere le sue emozioni. Nel romanzo c’è tutta la cruda realtà della condizione femminile di quegli anni: “Da piccola avevo sentito dire che ti spaccano. E io avevo sempre avuto tanta paura di morire spaccata. Le donne, dicevano, muoiono spaccate…” e nonostante le paure, inizia una storia d’amore con Quimet, affascinante ma autoritario, diventa madre e vive una vita fatta di piccole cose e, per volontà del marito, di un allevamento di colombi nel solaio, svuotato da tutto ciò che lei teneva. Se da una parte i bambini e Quimet amano quella colombaia, Natàlia li detesta. La sua è una vita vissuta come su un filo teso: “Vivevo come deve vivere un gatto: su e giù, a coda bassa, a coda ritta, adesso è ora di mangiare, adesso è ora di dormire. A casa si viveva senza parole e le cose che portavo dentro mi facevano paura perché non sapevo se erano mie”. Poi arriva la guerra a compromettere l’apparente equilibrio: Quimet parte in battaglia per combattere i fascisti e Natàlia si ritrova da sola con i figli a dover sopravvivere. Così, mentre la vita consuma lentamente le loro esistenze, i colombi diventano un simbolo di caos, oppressione, ma anche di speranza quando spiccano il volo. L’autrice racconta la storia di una donna del popolo, che avanza tra miseria, perdita, solitudine e stenti nel ricercare la propria identità. E se la realtà supera di gran lunga l’immaginazione, Rodoreda accompagna per mano i lettori a guardarla con lo sguardo lucido del disincanto, in un romanzo toccante e intenso che restituisce una voce autentica, ricca di vivo candore: un’eco che ancora oggi risuona e resiste.
     
Mercè Rodoreda
La piazza del Diamante
La Nuova Frontiera, 208 pp., 16,90 euro