Il calcio, alla fine, è come la letteratura

Entrambi sono l’indefinita reiterazione di miti e di archetipi la cui vita cerchiamo di prolungare, anzi, di dilatare in universi alternativi. Dalle corse dei carri in onore di Patroclo fino al Grande Torino

13 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 16:09
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Foto Ansa

Come la letteratura, il calcio è un campo di esplorazione del possibile che diventa più affascinante quando rasenta l’irrealizzabile: per questa ragione riscuote grande successo nella febbrile immaginazione bambinesca, quando si costruiscono sfide (alla playstation, col Subbuteo, coi tappi di bottiglia, con un pallone di stracci per strada) dal sostrato sempre più fantasmagorico, finché non sfocia nel controfattuale. E, come la letteratura garantisce un prolungamento indefinito della più trasognata adolescenza, il calcio – diceva Javier Marías – ci assicura un periodico recupero dell’infanzia, non ricacciandoci nella nostalgia, bensì facendoci esplorare di partita in partita nuovi incroci delle infinite combinazioni su cui fantasticavamo innocenti.
E’ forse per questo che non esiste distinzione fra la letteratura in sé e quella sportiva, se non nelle costrizioni un po’ balorde degli scaffali in libreria; i loro primi vagiti, infatti, coincidono e si trovano nel XXIII dell’Iliade, con centinaia di versi dedicati alla dettagliata cronaca della corsa dei carri in onore di Patroclo morto. Da lì si dirama un fortunato filone che ha subìto declinazioni pop e snob, veriste e surrealiste (il barrilete cósmico in onore di Maradona nulla ha da invidiare al cane andaluso o al cadavere squisito), con l’apice a mio avviso inattingibile della telecronaca in cui, onde commentare su una tv privata un goal epocale di Weah, Tiziano Crudeli si limitò a ripeterne il nome finendo per urlare ripetutamente solo la vocale accentata, a riprova che, per descrivere un gesto ineffabile, era giocoforza regredire al linguaggio inarticolato.
Come la letteratura, il calcio è l’indefinita reiterazione di miti e di archetipi la cui vita cerchiamo di prolungare, anzi, di dilatare in universi alternativi: come la sopravvivenza del Grande Torino che Enrico Brizzi immaginò naufragare nelle isole beate dell’Atlantico (La nostra guerra, Theoria, 608 pp., 20 euro) o, nuovissimi, I Mondiali immaginari (Sellerio, 424 pp., 17 euro) in cui Angelo Carotenuto fa scontrare le squadre più forti della storia, foss’anche inesistenti, con tabellone a eliminazione diretta. Poi, purtroppo, domani inizieranno quelli veri.