una fogliata di libri
Dio tra Nietzsche e Dostoevskij
Dalle pagine dei “Demoni” due personaggi colossali e miserabili, in cui si riflette in maniera perfetta esiti possibili di esistenze in cui ogni forma dell’idea di Dio rimane morta
13 GIU 26

Foto di Patrick Tomasso su Unsplash
In un libro di qualche anno fa, “Dopo la cristianità”, Gianni Vattimo sostiene che la formula “Dio è morto” di Nietzsche non è in alcun modo una dichiarazione di ateismo. Infatti, l’ateismo è già di per sé una forma di certezza su cui poter costruire una verità incontrovertibile sul mondo. L’assenza di Dio è una forma di “fondamento”, qualcosa di sicuro, su cui poter basare un progetto di vita, un progetto politico, o semplicemente la propria esistenza. Per Nietzsche, invece, dire che Dio è morto significa affermare che non vi è alcun fondamento.
Tralasciando il paradosso logico per cui anche affermare che non vi sia fondamento è essa stessa un’affermazione di fondamento (tutto il relativismo culturale degli ultimi decenni è precisamente basato sulla prospettiva tracciata, tra gli altri, da Vattimo), proviamo a seguire per un attimo gli effetti “fanatici” di due forme esistenziali della morte di Dio facendo riferimento a due protagonisti dei “Demoni” di Dostoevskij. Questo libro è forse l’opera più politica del grande russo, una sorta di sovraeccitato trattato politico-sociale in forma di romanzo. I demoni, in fin dei conti, non sono altro che dei terroristi socialisteggianti e nichilisti, velleitari e violenti annunciatori della Rivoluzione che arriverà una cinquantina di anni dopo.
Kirillov e Stavrogin sono due componenti molto riluttanti della setta. Il primo è interamente concentrato sulla sua solipsistica missione di testimonianza di ateismo, il secondo è sempre più inghiottito dalla totale e gelida indifferenza nei confronti di tutto quanto accade. Entrambi finiranno per ammazzarsi. Il primo perché troppo pieno di assoluti, il secondo perché ne è interamente privo.
Kirillov è una figura che anticipa perfettamente l’uomo folle descritto da Nietzsche nella “Gaia scienza” che arriva con un lume al mercato gridando in cerca di Dio e che, dinanzi alle risa della folla che lo circonda, afferma “Siamo stati noi a ucciderlo”. A differenza dell’uomo folle, Kirillov vuole dimostrare al mondo l’inesistenza di Dio, così che l’uomo possa finalmente farsi Dio, affermandosi come il proprio stesso creatore. Tuttavia, Kirillov sente il dovere di dare questa dimostrazione di inesistenza al mondo. Per farlo, per affermare la libertà assoluta cui l’uomo è destinato, per aprire gli occhi agli altri uomini, sente che deve uccidersi. Non per disperazione, tutt’altro. Dice, infatti, di amare profondamente la vita. Sente di doversi uccidere perché ritiene che solo divenendo padrone lucido del momento in cui si muore può dimostrare l’assoluta libertà umana da ogni vincolo superiore. L’atteggiamento di Kirillov è quello di un fanatico. All’estremo speculare di un fanatico religioso, è la stessa fede cieca, irrazionale, a distruggerlo. Ma Kirillov è anche un “inetto”, nel senso dell’inadatto all’azione. Perché per lui “tutto fa lo stesso”.
Mentre Kirillov è un allucinato, eppure bonario, uomo qualsiasi, Stavrogin è il bellissimo figlio di una famiglia molto illustre. Lui è un uomo che conosce l’azione. È forte e audace, dice di sé, e interamente privo di ogni senso del limite. Giovane eppure già rotto a ogni vizio, ha percorso il mondo in cerca di qualcosa che gli facesse in qualche modo sentire la vita, dai piaceri più perversi, ai comportamenti più estremi. E’ divenuto parte della setta rivoluzionaria con la vaga speranza che lì si potesse trovare una forma di attivazione delle emozioni che in lui sembrano sempre latitare. Eppure anche in Stavrogin vi è una bonarietà di fondo che però può sfociare, con completa nonchalance, in improvvisa perfidia (anche per lui un comportamento vale l’altro, perché nulla ha valore). Si uccide, al termine del libro, perché non riesce a sentire con nessuna parte del proprio corpo una spinta a vivere. E’ morto in vita. Non riesce ad avvertire né la grazia né il peccato. Ogni perversione così come ogni grande gesto finiscono in una medesima pozza di nulla.
Due personaggi colossali e miserabili in cui si riflette in maniera perfetta esiti possibili di esistenze in cui ogni forma dell’idea di Dio rimane morta.