Il ghetto di Roma

La recensione del libro di Serena Di Nepi edito da Carocci, 169 pp., 18 euro

10 GIU 26
Immagine di Il ghetto di Roma
Dal 1555 al 1870, dunque per oltre tre secoli, gli ebrei dell’Urbe furono costretti a vivere in un quartiere separato dal resto della città: un rione, delimitato da una cinta muraria, al quale si accedeva e dal quale si usciva attraverso alcuni portoni che restavano chiusi dal tramonto all’alba. In questo contributo Serena Di Nepi traccia il profilo della comunità residente nelle strade adiacenti il Portico d’Ottavia analizzando il modo in cui su di esso hanno inciso tanto gli avvenimenti storici quanto i movimenti religiosi e culturali che hanno connotato quei 315 anni: dalle guerre d’Italia alla Riforma, dall’Illuminismo al Risorgimento fino alla realizzazione dell’Unità nazionale e alla soluzione della cosiddetta “questione romana”.
A suo avviso gli ebrei furono in grado di affrontare la segregazione, le vessazioni, le discriminazioni, i battesimi forzati, le difficoltà economiche riuscendo – in larga maggioranza – a superare i numerosi ostacoli con i quali le autorità pontificie avevano cercato rendere loro faticosa la quotidianità. Scrive in proposito la studiosa: “La società ebraica seppe trovare risposte a questa sfida in molti modi, tra i quali spiccano l’impegno per l’istruzione dei più piccoli e la fioritura di congregazioni, associazioni assistenziali e una moltitudine di iniziative piccole e medie che favorirono la coesione del gruppo offrendo un posto e un ruolo a molti, nonostante gli innumerevoli conflitti interni che pure caratterizzarono questa lunga esperienza”.
Attraverso l’attenta disamina di viaggi, conflitti, incontri, oggetti preziosi, antichi libri e documenti nonché la puntuale ricostruzione delle storie personali di personaggi più o meno noti, la storica ripercorre le vicende di un gruppo deciso a rimanere fedele alla Legge di Mosè e alle sue regole malgrado vivesse nel contesto di una società apertamente ostile e, talvolta, ferocemente persecutoria. Una volta poi proclamata l’Unità, il ghetto sarebbe stato smantellato in quanto simbolo di un’epoca segnata da continue manifestazioni di intolleranza: l’emblema, detto altrimenti, di tutto quello che Roma non sarebbe più stata. Si riteneva, dunque, che il claustro avesse ormai fatto il suo tempo e che dovesse essere relegato tra i relitti di un passato del quale ci sarebbe stato ben poco da rimpiangere.
In conclusione, quella presa in esame dalla studiosa è la storia di un luogo di segregazione, rimasto tale per un periodo assai lungo, che resta non a caso impresso nella memoria degli ebrei romani: una comunità incline a considerare il proprio quartiere uno spazio peculiare, capace di influenzare in misura significativa la propria vita e identità. L’antico ghetto che non esiste più resta pertanto un polo di attrazione stabile e quasi irresistibile, un punto fermo verso il quale convergere quando – nel bene e nel male – accade qualcosa, un rione nel quale il senso di appartenenza viene percepito e rafforzato.
   
Serena Di Nepi
Il ghetto di Roma
Carocci, 169 pp., 18 euro