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Performance
La recensione del libro di Giacomo Fronzi edito da Castelvecchi, 444 pp., 30 euro
3 GIU 26

"Performare” è un verbo magico e insieme maledetto, e performance gli fa compagnia, nell’indicare una dinamica propria degli esseri umani, e forse di tutti i viventi, cioè tendere alla realizzazione di sé stessi in virtù delle proprie abilità o capacità, ma insieme anche una prescrizione sempre più martellante in ogni àmbito – psicologico, culturale, lavorativo, sociale –, a essere sempre più e sempre meglio performanti. La performance è diventato il sostituto del “tu devi” kantiano, l’imperativo che identificava l’esser virtuoso nel seguire la legge morale universale. Ora invece è la produzione performante di sé il nuovo dovere, ben più che un diritto, una scelta o una chance degli esseri umani che sanno stare al mondo con successo, seguendo le leggi dell’evoluzione biologica.
Ma non è sufficiente limitarsi a esaltare la performance come principio regolativo dell’azione e via obbligata al successo nelle società tardo-capitalistiche, o al contrario (sport sempre più diffuso) lamentarsi per come essa produce, accanto a successi discontinui, una continua e terribile ansia da prestazione che spinge, sì, ma insieme avvelena la vita delle persone. Quello che occorre è piuttosto una riappropriazione del senso o dei sensi più adeguati del concetto stesso di performance, per comprendere come in essa ne va non solo di un obbligo di mercato, ma del bisogno costitutivo di “compiere” il proprio essere al mondo e di lasciarvi tracce.
Per questo bisogna essere grati a Giacomo Fronzi, docente di Estetica all’Università di Bari, per aver preso in carico questo compito, a livello non solo semantico ma propriamente “filosofico” (l’essere umano è ontologicamente performante), prima di presentare una serie ricchissima di casi di studio del performativo in àmbito estetico: teatro, performance art, musica e danza.
Fronzi propone una nuova lettura della performatività, come “un’azione complessa dall’alto grado di significatività”, ossia di “capacità trasformatrice”. Questo è il punto cruciale: una performance può essere del tutto integrata in un sistema di produzione culturale, sociale ed economica, ma può anche esserne il contrario, cioè la produzione di un significato della vita, del mondo e dell’essere stesso come un accadere fuori dalle logiche già-determinate dalla cultura dominante. Un senso, potremmo dire, “gratuito”, eccentrico, debordante ogni totalità già conclusa. Per questo se è vero, come dice Massimo Donà nella sua Prefazione, che il performativo nelle arti attesta la “radicale insensatezza” di ogni “totalità”, è anche vero, come mostra Fronzi, che il senso stesso può liberarsi dalla tentazione totalizzante per “accadere” ogni volta come l’evento di una novità irriducibile.
Giacomo Fronzi
Performance
Castelvecchi, 444 pp., 30 euro
Performance
Castelvecchi, 444 pp., 30 euro