Alla riscossa stupidi

La recensione del libro di Fabio Zuffanti edito da Mursia, 224 pp., 18 euro

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"Ero in quinta elementare / Entrai per caso nella mia esistenza". E’ un verso di “Passacaglia” di Franco Battiato, ma descrive bene il romanzo "Alla riscossa stupidi" di Fabio Zuffanti, musicista e scrittore che all’opera del compositore siciliano ha dedicato quattro saggi. E Battiato è anche il deus ex machina del romanzo: giunge nel momento di massima crisi per salvare il protagonista.
Fabbio (con due “b”, a marcare fin dal nome un piccolo scarto tra la vita reale e il suo doppio romanzesco) vive a Genova, in periferia. Gli anni che vanno dal 1978 al 1982 sono, per lui, quelli di passaggio tra le scuole elementari e le medie. Robottoni giapponesi, scambi di figurine sul muretto, le canzonette alla radio e i dischi più “difficili” dei fratelli maggiori. Attorno, però, il mondo si fa cupo. Il rapimento di Aldo Moro, la tragedia di Vermicino. Il rumore della Storia arriva dentro le case, nei pomeriggi davanti alla tv, nelle paure non sempre nominate degli adulti. Il centro doloroso del romanzo è il bullismo. Alle medie Fabbio viene preso di mira da un compagno di classe. Le angherie diventano un rituale quotidiano e la paura si sposta nel corpo. Zuffanti colloca il tema quasi cinquant’anni fa, in un’epoca in cui certe sofferenze non avevano ancora un nome condiviso.
Una delle pagine più riuscite è quella in cui i genitori decidono di invitare a casa il bullo, sperando di produrre una tregua. Un’intuizione insieme tenera e disperata, tipica degli adulti che cercano di aggiustare il mondo dei figli con strumenti inadeguati. Il romanzo funziona perché evita di spiegare troppo. Zuffanti procede per episodi, per scossoni: Alla riscossa stupidi (il titolo è un verso di “Up Patriots To Arms”, di nuovo Battiato) non procede in ordine cronologico. I capitoli saltano avanti e indietro tra i mesi del 1978 e quelli del 1982. E’ come se il romanzo vivesse su un nastro magnetico e lo scrittore premesse di continuo rewind e fast forward. Ma per fortuna il nastro narrativo di Zuffanti non si aggroviglia e riesce invece a svolgersi fino in fondo. Non è casuale, poi, che il primo amico incontrato da Fabbio alle medie venga indicato come “il batterista”. In un romanzo dove la musica assume una funzione salvifica, quel soprannome suona come un presagio. La riscossa arriva infatti con Battiato, e più precisamente con “La voce del padrone”, che entra nella vita del protagonista nella forma imperfetta e meravigliosa di una cassetta pirata. Un antidoto clandestino, quasi di contrabbando, contro un male autentico.
Alla riscossa stupidi racconta infanzia e adolescenza come un territorio insidioso fatto di cartoni animati e umiliazioni, di canzonette e tragedie nazionali. Zuffanti lo attraversa con una scrittura limpida, affettuosa e lucida al tempo stesso. Entrare nella propria esistenza non è un fatto automatico. A volte bisogna aspettare che qualcuno prema il tasto giusto.
   
Fabio Zuffanti
Alla riscossa stupidi
Mursia, 224 pp., 18 euro