Birmania, dove la poesia non è solo arte

I “poeti guerrieri” birmani hanno una tradizione che risale alle rivolte antibritanniche, ma ha raggiunto una densità straordinaria dopo il colpo di stato del 2021. Joe Freeman e Aung Naing Soe hanno raccolto le loro storie per “Frontline Poets: The Literary Rebels Taking on Myanmar’s Military”

23 MAG 26
Immagine di Birmania, dove la poesia non è solo arte

Foto Lapresse

Nel novembre 2015 sui social network birmani circolava una canzone che ricorda un po’ quelle di Leonard Cohen. S’intitola “Today is the Beginning”, oggi è il principio. L’aveva composta Htein Lin, eclettico artista e attivista politico della “Generazione dell’88”, i protagonisti della prima rivolta, quella guidata da una giovane Aung San Suu Kyi. Degli esponenti di quella generazione Htein ha percorso tutta la via dolorosa: prigione, torture, fuga, campo rifugiati, ritorno, ancora prigione. “Alla fine, ho capito che la vita è arte. L’esperienza è il tuo processo creativo”. Quella canzone l’ha scritta in prigione nel ’99, dopo l’ennesimo arresto. “Sapevo che quell’oggi sarebbe arrivato. Oggi è oggi”, mi aveva detto.
Quel giorno, l’8 novembre 2015, in Birmania si erano svolte le prime libere elezioni dopo decenni e aveva vinto il partito di Aung San Suu Kyi. Da allora Htein è stato un uomo libero sino al 24 agosto 2022, quando è stato nuovamente arrestato dai militari che hanno preso il potere nel febbraio del ’21. Lui è stato liberato qualche mese dopo e costretto all’esilio. La Birmania continua ancor oggi a essere oppressa da un regime che ha riportato indietro la storia di quasi cent’anni. In questa storia gli artisti come Htein Lin sono sempre stati protagonisti. Soprattutto i poeti. In Myanmar, la poesia non è mai stata solo arte: è stata anche un’arma politica. I “poeti guerrieri” birmani hanno una tradizione che risale alle rivolte antibritanniche, ma ha raggiunto una densità straordinaria dopo il colpo di stato del 2021. E da allora, secondo la National Poets Union, almeno una mezza dozzina di poeti sono stati uccisi e più di trenta sono stati imprigionati. Le loro voci e le loro storie non avevano superato i confini della Birmania, dei villaggi bombardati, della giungla dove le formazioni ribelli attendono per ore, giorni il passaggio dei soldati di Tatmadaw, l’esercito del governo criminale, degli avamposti ai confini con l’India, la Thailandia, il Bangladesh, degli ospedali da campo, dei rifugi nei sobborghi di Yangon o Mandalay. E’ in posti così che due giornalisti, Joe Freeman e Aung Naing Soe, hanno raccolto le storie per “Frontline Poets: The Literary Rebels Taking on Myanmar’s Military”.
C’è una poetessa, Yoe Aunt Min, che scrive versi in trincea, durante i bombardamenti, per “restare umana”.
C’è un poeta, ex monaco e leader delle proteste, K Zaw Win, che non ha mai impugnato le armi ma è stato ucciso durante una manifestazione il 3 marzo 2021, otto giorni dopo aver scritto questi versi: “Prima che la Rivoluzione iniziasse / un proiettile ha fatto saltare il cervello di qualcuno / là sulla strada. / Quel cranio aveva un messaggio per te?”
Sono versi di “Teschi”, una poesia dedicata a Mya Thwe Thwe Khine, 20 anni, uccisa da un colpo alla testa durante una protesta a Naypyitaw all'inizio di febbraio 2021, la prima vittima della “Primavera della Rivoluzione”.
C’è un poeta, Maung Saungkha, che ha fondato e comanda il Bamar People’s Liberation Army (BPLA), un gruppo armato di circa 2.000 combattenti.
“La rivoluzione è compito di poeti e artisti – dice – La politica è compito di qualcun altro”.
C’è una poesia di cui non ritrovo l’autore, che recita così: “Tante vite / Prese in trappola / Solo per liberarsi /Ma solo il Re della Morte può riuscirci”.
C’è un poeta che non è citato ma che inevitabilmente ci appare alla memoria, Giuseppe Ungaretti. Perché tutti loro, poeti di guerra e soldati-poeti sono come i suoi “Soldati”: “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”.