Che sollievo, sfogliando “Non ancora 101”

Irene Salvatori rompe le scuole di scrittura con una lingua mobile e plurale: fra dialoghi animali, migrazioni e paura del vuoto, prende forma un originale romanzo di alienazione

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2 MAY 26
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La nostra narrativa, fortemente stilizzata, si divide per tribù: c’è quella ancora confezionata coi modi delle scuole di scrittura carveriane, i cui gestori svengono alla vista di esclamativi e puntini; e c’è quella tutta mossettine oratorie giustificate preventivamente dall’understatement. Il primo sollievo del lettore, nello sfogliare “Non ancora 101” di Irene Salvatori (Marcos y Marcos), viene dall’accorgersi che qui si rifiutano entrambe le strade. La prosa volubilissima, scalciante direi, di Salvatori, deriva da altre esperienze. Leggendola ci si ricorda perfino che l’autrice ha tradotto Gombrowicz. Più che scrivere, sembra brulicarci attorno con mille lettere-tentacoli e parole-bestioline. Giusto, dato il tema.
In questo racconto divagante abbiamo infatti sei bracchi ungheresi amministrati da una narratrice che traduce dal polacco vivendo a Berlino con tre figli, anzi figlioli (la musica è data anche da un certo brusco accento toscano). Ma stiamo ai bracchi. C’è Aviv, peluche che si muove. C’è Rosa, sua madre, doppio e antagonista della padrona. Ci sono Bernardo, inconsapevole della sua mole, il padre Gábor, col suo cinismo da cacciatore versiliese, e la Ibi e Aaron, senza dubbio i più pazzi. Tra loro circola un umore da bisticci, dispetti e stoccatine che ricorda quello prevalente nella famiglia d’origine della protagonista. La quale, all’opposto, vuole occuparsi amorevolmente di tutti e di tutto. Casa è per lei dove ci sono “cani e figlioli”, ovvero dove li colloca anno dopo anno la sua continua migrazione da un capo all’altro dell’Europa. Perché l’alter ego di Irene porta “un invisibile zainetto della diaspora sulle spalle”, radicandosi a ogni stagione della vita in una lingua e in una cucina nuove. “Non ancora 101” è costruito su due piani che slittano l’uno sull’altro: ci sono le peripezie giornaliere, col loro gioco monotono di costanti e variazioni; e c’è la pellicola che da queste peripezie si stacca per comporre il romanzo di formazione o meglio di alienazione di Aaron, cucciolo malato e miracolato, insopportabile e inevitabile, per cui si cerca un affido. Questi due piani ne intersecano poi altri due: il monologo della narratrice da una parte, e dall’altra i suoi dialoghi senza commento con i bracchi, ognuno dei quali ha il suo linguaggio peculiare, che nel goffissimo Aaron tocca i vertici di una poesia parodicamente aulica e rodomontesca (“alla pugna nacqui, e non alle forzate celle…”) e che nella storta Ibi diventa un grammelot per dislessici.
L’io che ci parla da questo libro è dunque quello di una traduttrice “ontologica”. Ma è soprattutto quello di un essere umano tanto più imperioso quanto più è fragile. Alla fine ci si chiede se la sua mobilitazione continua, se il suo testardo scoutismo antispecista non dipendano da un horror vacui. Malgrado non ami il piglio soldatesco dei berlinesi, vecchi puffi di “gioventù adolfina” o mostruosi bambini di Prenzlauer Berg, anche lei militarizza la vita: il massimo dell’esotismo lo ha raggiunto passando da sola una quieta notte in albergo. Ma l’orrore del vuoto risulta quasi indistinguibile dal collante dell’esistenza canina, la paura. “Non ancora 101” è incorniciato discretamente dal rintocco della morte precoce, quella della madre e quella di un cane di nome Anna. Da bambina, Irene si era innamorata della “Carica dei 101”. Ma solo quando diventa madre a sua volta, e un po’ figlia dei suoi figli, scopre di ricordare male la trama: aveva rimosso che qualcuno, di quei cani, volesse fare pellicce. Si pensa allora a un altro rintocco discreto, quasi una reticenza simile a quella che Debenedetti imputava a Svevo. Perché a fuggire senza sosta tra le città dell’Europa centrale, ce lo dicono piccoli segni inequivocabili, è in questo romanzo una donna ebrea.