Il buon male

La recensione del libro di Samanta Schweblin edito da Einaudi, 160 pp., 18 euro

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15 APR 26
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Il buon male è quell’evento perturbante che devia per sempre la traiettoria della vita di qualcuno. Un accadimento strano, terribile, inaspettato. Non conforme. Che apre uno squarcio, una zona grigia – dal punto di vista etico – in chi lo vive e che condiziona tutto il resto. E’ questo il fil rouge più evidente che lega la mirabile raccolta di racconti di Samanta Schweblin. Questo buon male prende via via le sembianze di una donna che tenta di suicidarsi (in “Benvenuta tra noi”, il racconto che apre la raccolta) e che, decidendo di non portare a termine il suo proposito, viene avvicinata da un vicino di casa che l’ha vista compiere il gesto e che le indica come strada per salvarsi il pagare dazio alla realtà, esponendosi al dolore. E’ il male del senso di colpa di un padre verso il figlio segnato a vita per una terribile fatalità, di una madre per il bambino che ha perso (e del cavallo che il piccolo voleva “diventare” da grande), della morte di un gatto che appare e scompare. L’elemento del mistero, la tensione costante, i dettagli sinistri tenuti insieme da una prosa sapiente ed emotivamente coinvolgente, rendono i racconti della Schweblin dei piccoli gioielli. La presenza di dettagli minimi che diventano portatori di significati enormi (come lavare i capelli a qualcuno o i gesti ripetuti e meccanici che compie una madre verso suo figlio) danno veridicità ai racconti, abitati da un ritmo quasi sincopato e catalizzante. Ogni storia restituisce un’emozione precisa e diversa dall’altra, avvince senza costringere. “Forse sono le sensazioni di piacere e di dolore quelle che lasciano un segno più vivo, perché sono cose che succedono al corpo”. Molti dei racconti di questa raccolta hanno a che fare con il corpo, con qualcosa che al corpo accade e che modifica per sempre la percezione del sé e del mondo. La stranezza, intesa come qualcosa che è fuori dal canone e dall’idea preconcetta, attraversa in modo sotterraneo queste storie. La stranezza di William, un gatto che è morto ma forse no, la stranezza di due bambine che accudiscono di notte un’anziana poetessa alcolizzata cercando di riportare in vita la sua ispirazione poetica, quella stranezza descritta nell’epigrafe di Silvina Ocampo che apre la raccolta (“Le cose strane sono sempre le più vere”). Attraverso l’elemento fantastico ciò che la scrittura cerca di indagare è una scintilla di verità, spesso rintracciabile nel limbo che divide il possibile dall’impossibile, rendendo reale ciò che fino a quel momento ha abitato solo nella dimensione interiore. “Mi regalava la certezza del suo sguardo”.
 
Samanta Schweblin
Il buon male
Einaudi, 160 pp., 18 euro