Svjatoslav Richter pianista

La recensione del libro di Dario Miozzi edito da Zecchini, 186 pp., 29 euro

di
8 APR 26
Immagine di Svjatoslav Richter pianista
Quando Svjatoslav Richter, maestro ripetitore al ballo del Teatro di Odessa, decise di lasciare la città nel 1937, lo fece a causa delle pressioni da parte del partito. Singolare è il fatto che decise di raggiungere Mosca dove le ingerenze del Pcus erano la normalità. E’ verosimile pensare che, primariamente, a far dirigere Richter a Mosca sia stata la figura di Heinrich Neuhaus che, senza curriculum e dopo una sola audizione, lo ammise nella sua classe al Conservatorio moscovita.
Nella bella biografia che Dario Miozzi ha dedicato a Richter emerge come sia stato proprio in quel momento che sarebbe nata la rivalità con il compagno di studi Emil’ Gilel’s: “La predilezione mostrata sin dal primo momento da Neuhaus verso quel ventiduenne autodidatta e privo di titoli, dovette indispettire non poco l’orgoglioso Gilel’s, che – al contrario di Richter – aveva svolto lunghi e severi studi regolari, aveva vinto il più importante premio pianistico dell’Unione sovietica ed era già considerato un musicista in carriera”. Emerge, nel testo, anche il tema della censura. Nel 1948 Andrej Zdanov, segretario del Pcus, coinvolse anche la musica nella sua campagna repressione e controllo culturale: fu vittima, tra gli altri, anche Prokofiev, “il compositore che, tra gli anni Trenta e Quaranta, ha avuto la maggiore influenza sulla maturazione di Richter”. Poi si legge anche dell’ambiguo rapporto con il regime rosso: “Ci tiene a non fare la figura dell’artista ‘vicino al potere’, ma smentisce stizzito anche quanto affermato da alcuni giornalisti francesi, i quali avevano riportato di un suo atteggiamento di protesta nei confronti del dittatore”. Quando Stalin morì, nel 1953, Richter fu a Mosca per suonare ai funerali e quando si abbassò per per sistemare i pedali non funzionanti del pianoforte, fu scambiato per un attentatore intento a piazzare una bomba. Con il disgelo Urss-Usa, Richter, che fino ad allora si era esibito solamente in Urss o nei paesi satelliti, esordì negli Stati Uniti. Nell’ottobre del 1960 fu a Chicago, New York, Boston: secondo la critica newyorchese “in una sola serata, Richter divenne leggenda vivente”. Nonostante il successo, non amò mai l’America: “Quante volte mi è capitato di immaginare quale sarebbe stata la mia felicità se avessi mancato quella partenza. Non avrei conosciuto l’America, e sarei stato molto meglio”. Ma motivo non era politico: “Ho suonato male, malissimo! E con una gran quantità di note sbagliate!”.
Il libro prosegue raccontando il decennio d’oro della carriera di Richter (gli anni Sessanta) e con una serie di riflessioni sulla personalità e sul suo rapporto con lo strumento e il repertorio pianistico.
      
Dario Miozzi
Svjatoslav Richter pianista
Zecchini, 186 pp., 29 euro