una fogliata di libri
La mia educazione. Un libro di sogni
La recensione del libro di William Burroughs edito da Adelphi, 258 pp., 16 euro
di
8 APR 26

Quando William S. Burroughs decide di pubblicare questo montaggio di sogni e ricordi, è un signore di 81 anni. Siamo nel 1995 (morirà due anni dopo). La sua fama è proverbiale. Gli anni della droga, gli amici “Beat”, l’uccisione della moglie Joan Vollmer a Città del Messico, mentre inscenano ubriachi le gesta di Guglielmo Tell, Tangeri e il Pasto nudo, Londra e Parigi, Brion Gysin, il “bunker” a New York, l’amore per i gatti, il buon ritiro a Lawrence: tutto questo universo familiare fa ritorno nei sogni, ma in maniera distorta, inedita. Materia fatta di sogni. Negli anni, Burroughs li ha annotati. Sono stati riuniti nel libro grazie al lavoro d’archivio di James Grauerholz, e a quello di Jim McCray e David Ohle che, nel tempo, hanno trascritto e decifrato montagne di fogli volanti, brandelli di carta, schede, materiali sparsi su cui Burroughs li aveva appuntati. Stessa operazione che compiva molti anni prima di lui Paul Valéry. Grande passione per il lavoro onirico. Costante interrogazione dei suoi meccanismi. E identico sospetto nei confronti di Freud, forse: cioè, dell’idea che il sogno debba per forza significare qualcosa. Non è invece l’oggetto di una narrazione seconda? Non più il sogno dunque, ma la sua organizzazione attraverso una sintassi vigile, non distante dai codici della comunicazione. Si ha la netta sensazione che queste pagine diventino infine letteratura. Un libro di sogni. Qualcosa come un io sperimentale li ha generati; poi, un altro li ha annotati. Come se Burroughs non fosse altro che il loro verificatore. Questi sogni sono perturbazioni. Sono mondi in cui una vita e un io transitano, ma di cui lo spostamento ci sfugge. Tutta un’esperienza di anamorfosi. Burroughs sogna spesso di volare. Il libro si apre in un aeroporto. “Come una recita scolastica che vuole trasmettere un’atmosfera spettrale. Un banco sulla scena, dietro c’è seduta una donna con i capelli grigi e il volto freddo e cereo da burocrate intergalattica”. I messaggi sono confusi, interrotti. Burroughs si avvicina al banco e la donna dice: “Lei non ha ancora ricevuto la sua educazione”. Si tratta di un sogno fatto trentacinque anni prima, nel 1959, appena dopo l’uscita di Pasto nudo a Parigi. Pagine simili a confessioni si alternano a ricordi (il piacere di “andare a zonzo nella Terra dei Morti”). E poi sghembe sequenze, flash telegrafici quanto enigmatici, oppure pagine stralunate, stratificate, articolate: una specie di flusso che scorre e che preme per essere fissato in stato di veglia. “Sono un alieno? Alieno rispetto a cosa, esattamente? Forse la mia casa è la città dei sogni, più reale della mia cosiddetta vita da sveglio proprio perché non ha alcuna relazione con la vita da sveglio”.
William Burroughs
La mia educazione. Un libro di sogni
Adelphi, 258 pp., 16 euro
William Burroughs
La mia educazione. Un libro di sogni
Adelphi, 258 pp., 16 euro