Confessioni di un’amica

La recensione del libro di Elizabeth Day edito da Neri Pozza (352 pp., 19 euro)
10 APR 24
Ultimo aggiornamento: 02:22
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"Ogni amico rappresenta un mondo in noi, un mondo che non è ancora apparso finché egli non arriva, ed è solo da questo incontro che nasce un nuovo mondo”. Fa venire in mente questa frase di Anaïs Nin il bel saggio che Elizabeth Day dedica a un aspetto così centrale nella vita di ciascuno, e in parte non così affrontato, come l’amicizia.
Cosa significa essere una buona amica? Questo si chiede l’autrice quando, raggiunti i quarant’anni, si rende conto di essere diventata una friendaholic ovvero dipendente dalle amicizie, tanto da volerne collezionare il più possibile senza però riuscire a dare loro il giusto valore. Poi ci si mette la pandemia che screma rapporti e permette di andare più all’essenziale, mostrando i limiti di un approccio all’amicizia in fondo dispersivo e non edificante (nel senso che non costruisce la persona, nella sua complessità e sfaccettature). Ci si chiede perché si sceglie qualcuno come amico, se per affinità o per caratteristiche naturali, come si comporta l’amicizia con la distanza generazionale, con la differenza di sesso, con i mezzi tecnologici che in parte ne cambiano le regole e gli inneschi. Amicizie che hanno come cardine il desiderio di trasparenza, altre che non reggono agli urti della vita o alle dolorose deviazioni di percorso. Le riflessioni della Day, leggere nella forma e più di peso nella sostanza, sono intervallate da testimonianze varie di persone tra loro diversissime per età, cultura, ceto sociale e provenienza che pongono l’accento su aspetti diversi di cosa significhi essere amici e di come questo sentimento attraversi trasversalmente le singole esistenze. E poi si tocca uno dei temi cardine legati all’amicizia ovvero il suo rapporto con il passare del tempo, o meglio, con il cambiamento. Perché, soprattutto per le amicizie che ci accompagnano per decenni, non si può non fare i conti con il fatto che le persone evolvono, cambiano, modificano il rapporto che hanno con sé stesse e quindi con il mondo. E quindi la sfida è continuare a voler bene a una persona cambiata. “L’approccio più salutare è quello che prevede di accettare che le amicizie sono cicliche, come le stagioni. Alcuni rapporti riescono a rigenerarsi mentre altri, pur giungendo alla loro fine naturale, continuano a influenzarci: ed è questo l’aspetto che permane nel tempo. Non l’amicizia in sé bensì i segni che lascia su di noi”. L’amicizia diventa quindi, indipendentemente dal suo esito, un’occasione di scoprire più di sé stessi, di sperimentare la gratuità e il bene disinteressato. “Ecco cosa fanno le vere amicizie. Ci danno la cosa più importante di tutte: la speranza”.
Elizabeth Day
Confessioni di un’amica
Neri Pozza, 352 pp., 19 euro