Una fogliata di libri

La Grande Crociata

Nicola Contarini

La recensione del libro di Theo Szczepanski, Neo edizioni, 200 pp., 22 euro

C’è un modo per rendere più inquietanti le storie con protagonista la massa, ed è comporre questa massa di bambini invece che di adulti. Il rapporto con il capo carismatico, il fanatismo, l’irrazionalità collettiva assumono un carattere più universale. Il signore delle mosche di William Golding non sarebbe lo stesso con gli adulti. Forse proprio per questo l’episodio a metà tra storia e leggenda della Crociata dei fanciulli, inizio Duecento, ha ispirato diverse rivisitazioni letterarie e fumettistiche. La graphic novel La grande crociata di Theo Szczepanski, brasiliano trasferito a Cagliari, sceglie un taglio orrorifico soprannaturale. Sin dall’inizio il dio che si manifesta al dodicenne Stefano perché raccolga un esercito di “puri di cuore” e riconquisti Gerusalemme, è un dio fiammeggiante che ricorre al ricatto per convincere il giovane. Stefano dal canto suo si rivela un buon prescelto, coraggioso e carismatico. Fanciulli e straccioni lo seguono.

 

Ma la massa non tarda a rivelare il suo aspetto mostruoso: fuor di metafora, è l’aspetto della carne informe, che marcisce e fiorisce in mutazioni estreme e stravaganti. Sono i mostri “generati dal sonno della ragione”, ibridi tra Hieronymus Bosch, la “Cosa” di John Carpenter e “Akira” di Katsuhiro Otomo. E se il primo di questi mostri è solo un fantoccio, una messinscena di contadini ostili, man mano che la violenza aumenta le creature si fanno sempre più vere. Dai sogni e l’immaginazione, passano a infestare i corpi. La violenza le ha evocate e solo la violenza, unico linguaggio a disposizione dei giovani crociati, può tenerle a bada: il corpo dello stesso Stefano, privato della sua armatura magica, si decompone immediatamente. Non c’è possibilità di disertare, fino alla catabasi finale, la discesa di Stefano, solo e spezzato, in un abisso lovecraftiano dalla “geometria non euclidea”.

 

Il medioevo immaginato da Szczepanski è brutale e sanguinario, ma il pregiudizio sui “secoli bui” non c’entra: piuttosto è un mondo parallelo dove dare corpo a incubi e ossessioni attraverso il disegno, più di quanto possa riuscirci la trama in sé. Lo stile grafico è volutamente discontinuo, con stacchi netti fra vignette dettagliate, dai colori sfumati, e altre fortemente stilizzate. Se l’aspetto delle creature deve qualcosa ai manga – “Akira”, “Berserk” – l’espressionismo degli straccioni e i duelli dinamici e cruenti ricordano i “Bruti” di Gianni Gipi Pacinotti. Un lettering fantasioso distingue la parlata di mostri e demoni dai poveri umani.

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