una fogliata di libri

Possessi terreni

Giorgia Mecca

La recensione del libro di Anne Tyler, Guanda, 206 pp., 12 euro

Ecco le due paure più grosse che avevo da bambina. Primo, di non essere la loro vera figlia, per cui prima o poi sarei stata mandata via. Secondo, di essere davvero la loro figlia, per cui non sarei mai riuscita a scappare nel mondo esterno”. Charlotte Emory è appena stata presa in ostaggio in banca da un rapinatore giovane e maldestro che non le farebbe mai del male ma non la lascia andare via. Charlotte è sposata con due figli e un passato che le ha fatto ritenere di essere nata sfortunata; senza troppi giri di parole o lamentele la donna convive con un destino non troppo clemente e il desiderio di fuggire, di liberarsi uno a uno di tutti gli impedimenti, cose e persone, che possano impedirle di scappare. “Ho alle spalle una vita tutta spesa a gettare via ingombri, a ridurre tutto all’essenziale, a spogliarmi per il viaggio”. Così scrive la protagonista di Possessi Terreni, il libro della scrittrice Premio Pulitzer Anne Tyler.

Charlotte Tyler intraprende finalmente questo viaggio, per necessità ma senza opporsi troppo, in compagnia di uno sconosciuto. Baltimora, Georgia, Florida, ogni paesaggio le suggerisce qualcosa che ha a che fare con lei. La fuga di rapinatore e rapinata diventa così un on the road tra i luoghi della memoria, a partire dall’infanzia, dalla casa materna, il posto in cui nasciamo noi e le nostre inquietudini, le tristezze che ci rincorrono ovunque. Charlotte era pallida da piccola, senza amici, diversa da tutti gli altri, il suo unico desiderio era quello di risultare normale agli occhi degli altri, non bella o intelligente, semplicemente normale. Sua madre avrebbe voluto un’altra figlia al posto suo, un pensiero con cui è difficile convivere. Ma la tara dell’infelicità familiare la perseguita anche quando è lei a scegliere: il matrimonio con Saul è una trappola senza slanci né amore, sua figlia  è una bambina malinconia e un po’ pazza, questi sono i suoi possessi terreni, questo è ciò di cui in fondo si vorrebbe liberare. “Portavo con me un centinaio di dollari. Avevo comperato le mie scarpe da passeggio. Pensavo di non portare con me null’altro che Selinda, il mio supplemento di bagaglio, amato e ingombrante. Quando sarebbe venuta la corrente che ci avrebbe portato via?”. La corrente è rappresentata da Jake, il rapinatore che la distoglie a tempo determinato da una realtà deprimente senza però rispondere all’unica domanda che ha senso: “Saremo felici, sia pure su scala ridotta?”. 

 

Possessi terreni
Anne Tyler
Guanda, 206 pp., 12 euro

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