La saggezza nel sangue

La recensione del libro di Flannery O’Connor, minimum fax, 203 pp., 17 euro
12 GEN 22
Ultimo aggiornamento: 09:50
Immagine di La saggezza nel sangue
Avolte Flannery O’Connor sta appostata nei suoi romanzi come una lince, pronta a balzare in tempo reale su una compiaciuta interpretazione. Uno legge il passo – tra i più iconici di questo classico – in cui Enoch si spoglia per entrare nel travestimento da gorilla e una pagina dopo viene sbugiardato dall’inciso della voce narrante: “Seppellire i suoi vestiti non era ai suoi occhi una metafora per la sepoltura del suo vecchio sé”. Leggendo la corrispondenza dell’autrice, si viene avvisati di non interpretare una storia in base a quel che si ricava da una lettera: l’opera deve stare in piedi da sé, ostendere un mistero che a ogni rilettura si approfondisce. Eppure nelle lettere, e nella nota alla seconda edizione de La saggezza nel sangue, la O’Connor ha lasciato discreti e riluttanti elementi non certo di spiegazione, ma di interpretazione autentica. Hazel Motes, cui negare il cristianesimo urge al punto da farsi a sua volta predicatore della “Chiesa senza Cristo” (la nuova chiesa in cui, per citare una delle sue fantastiche tirate, “il cieco non vede e lo zoppo non cammina e chi è morto resta morto”), e che proprio così inizia il percorso della sua grottesca santificazione, è “l’uomo ragionevole agli occhi di Dio”, il cui prototipo è Abramo.
Per questo romanzo vale quanto Nicolás Gómez Dávila ha detto sul ripetersi della storia sacra nella storia profana: nei momenti più significativi tutti i personaggi compiono o pronunciano, in modo inconsapevole e distorto, gesti e parole religiose. In Hazel è anche elaborata la convinzione dell’autrice, espressa senza mezze parole a Betty Hester, che se Gesù non era Dio allora era un “patetico ingannatore”, e “la crocifissione un atto di giustizia”.
O’Connor mette in scena l’incidente della conversione in un mondo – l’America anni Cinquanta – diventato sordo alla possibilità della fede, cui sembrano essere rimasti solo i fenomeni da baraccone. I suoi predicatori si appostano a intercettare gli spettatori all’uscita dei cinema, caverne dell’intrattenimento per cui l’autrice non doveva avere molta simpatia (a un certo punto fa passare Enoch davanti a una locandina raffigurante “un mostro enorme che ficcava una giovane donna in un inceneritore”; nel 1979 non è più tra i vivi quando dal romanzo viene tratto un film per la regia di John Huston). Perché è fuori dai cinema, nel mondo – anch’esso un palco, le cui quinte sono il firmamento – che gli uomini agiscono sotto gli occhi di Dio e dietro la sua sconcertante ispirazione.


La saggezza nel sangue
Flannery O’Connor
minimum fax, 203 pp., 17 euro