Liquefatto

Francesca Pellas

La recensione del libro di Hilary Tiscione, Alessandro Polidoro Editore, 170 pp., 14 euro

Ci sono crisi che arrivano da dentro e altre che arrivano da fuori: quasi sempre si compenetrano e sono l’una dell’altra la rifrazione, un frontale nella nostra superstrada interiore. Quello che la genovese Hilary Tiscione fa in Liquefatto, uscito da poco per Alessandro Polidoro Editore, è prendere la vita in crisi di Maddalena e farcela vedere così: in un modo che sembra allo stesso tempo accelerato e al rallentatore, come un’arancia (parola chiave) che viene spremuta in slow-motion.

    

Maddalena è fidanzata con Romano, ma lo tradisce ripetutamente con diverse persone, non lo ama da tempo e non sa come liberarsene, o forse si è rassegnata. Un giorno lui regala a lei e alla sua amica Lia un biglietto andata e ritorno per Los Angeles, e qui inizia il viaggio dentro cui si dipana il romanzo: la città degli angeli e poi il deserto del Mojave, Las Vegas, il paradiso e l’inferno (per davvero). Insieme a loro c’è Tito, vecchio amico e amante di Maddalena, un gigante buono con la passione del gioco d’azzardo e il sogno di possedere un orologio d’oro, che vive da anni a Los Angeles e ha il doppio ruolo di anima perduta e di loro salvatore. Gli umani di questa storia, tre amici lanciati verso il sogno e lo sbando, proteggono un segreto, ovvero che Maddalena è incinta di un bambino non voluto (anche se Lia pensa sia una bambina perché è accanita), molto probabilmente di Romano. Non è un libro, questo, da leggere per sentire conforto o per evadere; è un libro da leggere, piuttosto, per farsi incarcerare beati nella luce della California, nei pianti che tagliano la gola e nel battito della cocaina.

  

È la vostra lettura dell’estate se volete l’adrenalina, e se malgrado una scrittura non semplice, che assorbe e rifrange l’esperimento in perenne evoluzione della mente di un essere vivente, il suo discorso interno e le sue impressioni, malgrado questo, non riuscite a smettere di leggere, e volete sapere come va a finire, o a cominciare. Non è un testo di facile accesso, ma c’è un detto che fa: se non si apre non è la tua porta, e vale nella vita come nei libri.

 

“Non sapevo che gli aerei avessero le scale. Sono tuffate in un flusso di luce e riflettono come carta stagnola. Come la pelle vergine e immacolata della donna. Ci sono porte a destra e a sinistra, sembra l’area di servizio di un’autostrada; strette porte di alluminio che non dicono quale sesso le può varcare. Mi sento nello scantinato al neon di un palazzo in cielo”. Questo è un esempio, e non è ancora niente. La scrittura di Hilary Tiscione, qui al suo esordio, è il proscenio di un teatro durante un’opera rap. 

     

Liquefatto
Hilary Tiscione
Alessandro Polidoro Editore, 170 pp., 14 euro

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