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1947

Elisabeth Asbrink
Iperborea, 314 pp., 18 euro

9 Maggio 2018 alle 10:01

1947

Pochi anni sono stati interessanti e cruciali, nella storia del mondo contemporaneo, come questo incredibile 1947, raccontato al tempo presente e in forma di diario dalla svedese Elisabeth Asbrink, brillante giornalista e scrittrice, molto nota e apprezzata nel suo paese. Il ’47 è un anno di svolta, in tutti i campi. Non solo nell’ambito politico internazionale, ma anche nella musica, nella moda, nella letteratura, nel costume. Simone de Beauvoir si innamora perdutamente dello scrittore americano Nelson Algren e inizia la scrittura di Secondo sesso; George Orwell scrive 1984, che vedrà la luce l’anno dopo; Primo Levi pubblica Se questo è un uomo; in Germania, Hans Werner Richter aggrega un gruppo di scrittori e poeti, in un movimento culturale per la rinascita della letteratura tedesca, sulle rovine della guerra: il “Gruppo 47”, appunto.
Di fronte alla minaccia dell’espansione comunista in Europa e altrove, dapprima il presidente degli Stati Uniti espone al Congresso la “Dottrina Truman”, poi il suo segretario di stato, George Marshall, formula un piano complesso e ambizioso: 14 miliardi di dollari da investire, nell’arco di quattro anni, in sedici paesi. Stalin diffida i governi dell’Europa orientale dall’accettare gli aiuti americani. E’ l’inizio della Terza guerra mondiale, che sarà chiamata “fredda” e che durerà oltre 40 anni, fino al crollo del Muro e alla scomparsa dell’Urss. Nel 1947, in Oregon, qualcuno avvista in volo degli strani oggetti lucenti di forma piatta, non meglio identificati: saranno chiamati “dischi volanti”, oppure Ufo; in Russia, Michail Kalashnikov lavora alacremente alla costruzione di un nuovo e più pratico fucile mitragliatore, destinato a un grande successo; all’Onu, il giurista ebreo polacco Raphael Lemkin cerca la definizione tecnica di una nuova fattispecie di reato, per definire gli omicidi di massa, studiati e deliberati a tavolino e poi implementati su larga scala da un’apposita organizzazione. Il neologismo che egli propone, “genocidio”, viene inserito l’anno seguente nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. La Asbrink, figlia di un ebreo ungherese che ha perso i genitori nella Shoah, dedica ampie pagine alla fondazione di Israele: il ’47 è l’anno di Exodus, e della votazione all’Onu che il 29 novembre sancisce la spartizione della Palestina e la nascita dello stato ebraico. Al contempo, il fondatore della Fratellanza musulmana lancia il suo primo jihad contro Israele. “L’arte della morte, la morte è arte”: è Hasan al Banna a formulare di fatto i due concetti, introducendo nella sua versione dell’islam l’amore per la morte. “E’ dovere e necessità primaria di ogni musulmano abbracciare il jihad. (…) E’ un obbligo a cui non ci si può sottrarre”. La Palestina diventa il “mercato in cui faremo un affare conquistandoci uno dei due privilegi: la vittoria o il martirio”. Se in passato al Jihad era stato dato il significato di lotta, al-Banna aggiunge la morte come suo traguardo. Nasce il Jihad moderno, quello “politico”, che condurrà al terrorismo, ai kamikaze, ad Al Qaida, al Califfato dell’Isis.

 

1947
Elisabeth Asbrink
Iperborea, 314 pp., 18 euro

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