recensioni foglianti

Resto qui

Matteo Matzuzzi

Marco Balzano
Einaudi, 192 pp., 18 euro

Marco Balzano sa scrivere e questo è importante, soprattutto in un’epoca in cui la sintassi per così dire naïf spopola tra tanti romanzieri vogliosi di imitare Cormac McCarthy, di solito con risultati strazianti. Balzano no. Dopotutto, che fosse capace l’aveva già certificato il Premio Campiello del 2015, assegnatogli per L’ultimo arrivato. Stavolta si è cimentato con la storia di un paese sperduto tra le Alpi Venoste, Curon, sommerso dall’acqua fatta lì arrivare in seguito alla costruzione di una diga – “la più grande d’Europa” – che in realtà a ben poco è servita, se non a trasformare antichi abitati, malghe vecchie di secoli e boschi in un enorme invaso pieno di cemento. La storia è vera, tutto risale alla prima metà del secolo scorso, quando sull’onda del progresso e della necessità di creare energia per alimentare le industrie dell’Italia che stava entrando lentamente nella modernità, si decise di costruire un impianto lassù al confine con la Svizzera e l’Austria. Progetto compiuto poi nel 1950. Finì tutto sott’acqua, a eccezione del vecchio campanile, oggi ridotto a oggetto da selfie per turisti. E’ questo lo scenario nel quale si dipanano le vicende dei protagonisti, Trina la maestra che sfidò la violenza fascista insegnando il tedesco nelle canoniche, nelle stalle, ovunque fosse possibile. Il marito Erich, tra i pochissimi del paese che mai si rassegnò alla fine scritta e decisa dai politici di Roma, gli “stranieri” – il rapporto tutt’altro che idilliaco (eufemismo) tra italiani e sudtirolesi è il filo conduttore di tutto il libro – che erano venuti fin sui masi di quassù a dettar legge e a cambiare il corso naturale della storia, sconvolgendo tradizioni, riti e costumi ancestrali. Michael e Marica, i due figli della coppia. Il primo che vedrà in Hitler l’unico in grado di ristabilire l’ordine nel mondo, la seconda che resta un fantasma nell’intero sviluppo della storia, rapita dai cognati di Trina e finita a studiare nell’opulenta e colta Germania. E’ lei, Marica, la destinataria del racconto della madre. E’ a lei che Trina narra tutto quel che è accaduto, dalle scampagnate giovanili con le amiche sui prati ai sogni per un futuro quasi fiabesco. Dalla disillusione successiva all’avvento dei fascisti, dalla guerra al dopoguerra. Il rischio di scadere nella retorica era alto, ma Balzano si salva, salvo qualche minimo passaggio qua e là, necessario alla narrazione delle vicende. Il ritmo è incalzante, soprattutto nella seconda parte, quando si tratta di seguire i fuggiaschi sui monti, disertori che di combattere per Mussolini e Hitler non avevano alcuna voglia. Il lessico usato dall’autore è essenziale, i suoi interventi ridotti al minimo. Lo spazio è tutto per i protagonisti, per Curon che suo malgrado si fa piccolo compendio della storia del Novecento. Pare, a tratti, di essere lì, tra i sentieri e la piazza del paese, e questo lo si deve alla capacità dell’autore di rendere “vivi” i simboli e i luoghi. Ciò non avviene per caso, ma perché alla base c’è uno studio per così dire “manzoniano” di carte e mappe, di visite in loco, di approfondimenti durati a lungo.

 

RESTO QUI
Marco Balzano
Einaudi, 192 pp., 18 euro

Di più su questi argomenti:
  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.