Il colpo di stato silenzioso

Pascal Bruckner sulle sommosse francesi. “Ciò che è accaduto si ripeterà inevitabilmente, come un assaggio del caos che ci attende”
26 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 09:10
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La manifestazione di protesta sabato a Lione (foto Ap)

E’ un negozio di lusso all’angolo tra rue des Filles du Calvaire e rue de Turenne. Verso le 18.58 del 17 ottobre, un gruppo di individui incappucciati attacca con perseveranza la vasta facciata illuminata utilizzando blocchi di cemento, tombini, estintori e piedi di porco”, scrive Pascal Bruckner sul Figaro. “E’ un lavoro di lunga durata, ma l’energia e il dinamismo degli assalitori finiscono per frantumare il vetro, che si crepa, si scheggia e si piega. I residenti chiamano la polizia… che risponde ma non arriverà mai. Da mezzogiorno a mezzanotte in questo quartiere vicino a République, nel pieno centro di Parigi, non si vedrà una sola divisa. Neanche una!!! Alla fine, si apre una breccia nella vetrina; gli assalitori si precipitano, facendo attenzione a non tagliarsi con i pezzi di vetro, e si servono di ciò che si trova all’interno. Sono rapidi, coordinati e professionali. Una vera e propria operazione da commando. Escono con camicie, completi, borse e scarpe costosissime: il bottino è niente male. Il tutto è durato poco meno di mezz’ora. Per tutta la serata si vedranno uomini con pacchi tra le braccia: i loro ‘acquisti’ gratuiti della giornata. Poco dopo, davanti allo stesso negozio, escono due figure anch’esse camuffate, con due borse piene in mano. Un uomo che sorveglia il negozio li interpella e chiede loro se non si vergognino di rubare. Due adolescenti: ‘Signore, signore, la prego, non abbiamo preso nulla, siamo gli ultimi…’. Alla fine, trovano un accordo e se ne vanno con una sola borsa. Tutto è iniziato verso mezzogiorno, con i primi lanci di granate a mano e i primi lanci di granate lacrimogene. Si tratta di cortei pacifici, composti per lo più da giovanissimi, che gridano: ‘Borghesi, borghesi, non guardateci, unitevi a noi!’. Tutti orgogliosi di scendere in strada.
“Uno spettacolo apocalittico. E’ questo che colpisce: il buon umore dei partecipanti gioiosi e incappucciati che urlano ‘Wallah, Wallah!’”
I primi turisti affollano le vie, le terrazze sono piene, c’è bel tempo. Due mondi si incrociano: quello dei visitatori di questo quartiere benestante, meta prediletta dei consumatori – americani, italiani o cinesi – e quello dei manifestanti, con slogan di vario genere. Ma dietro questi cortei in cui sventolano bandiere palestinesi arrivano individui più anziani, incappucciati e mascherati, vestiti completamente di nero. Con preoccupazioni ben diverse dalla riforma delle scuole superiori o dal sistema di ammissione all’università Parcoursup. Gli scontri sono iniziati a Place de la République, dove la folla canta con entusiasmo ‘Siamo tutti figli di Gaza’. Per diverse ore, le esplosioni risuonano sotto gli occhi increduli dei passanti. A metà pomeriggio, arriva l’ondata di teppisti. I negozi chiudono uno dopo l’altro, così come i bar. Il Progrès, all’angolo della rue de Bretagne, si barrica; i camerieri, armati di manganelli, restano all’interno pronti a scontrarsi con i manifestanti. A partire dalle 18, è uno spettacolo apocalittico: bande di giovani, ridacchianti, si raccontano le loro imprese, mimano gli scontri con la polizia e cercano nuovi bersagli. E’ questo che colpisce: il buon umore dei partecipanti che urlano “Wallah, Wallah!”. Sono gioiosi, hanno occupato la capitale terrorizzata, sono i padroni della capitale opulenta e indifferente che li schernisce con le sue ricchezze. Parigi, città aperta. L’aria è irrespirabile, odora di fuoco e di gas. Sul boulevard du Temple, le biciclette bruciano; alcune persone riescono a salire ai piani superiori dei palazzi, bussano alle porte dei residenti terrorizzati; il negozio Kitsuné viene saccheggiato, così come quello di Salomon, in rue Vieille du Temple. Gioiellerie, negozi di scarpe e di abbigliamento di lusso sono i principali obiettivi dei saccheggiatori. Solo la libreria Acacia, vicino a République, rimane intatta. Ma questa constatazione è ancora più sconfortante: la letteratura è diventata a tal punto indifferente a tutti che nessuno ha voglia di attaccare un luogo di cultura. E ovunque lo stesso slogan scritto sui muri o sulle vetrine, ‘Bismillah, c’est les ténèbres’, di cui ricorderemo soprattutto la parte finale: la promessa di un periodo buio fatto di saccheggi, distruzione e violenza. In televisione, Laurent Nuñez, orgoglioso del suo bilancio, respinge con forza qualsiasi idea di stato di emergenza.
“Le autorità mettano la sicurezza al primo posto e accettino di trarne le conseguenze: vietare le prossime manifestazioni”
Qualche riflessione a caso: la causa degli studenti liceali è morta sabato 17 ottobre. Non si riprenderà più, a prescindere dalla legittimità delle sue rivendicazioni iniziali. I ‘fratelli maggiori’ hanno preso il posto dei ‘bambini’ per dichiarare più efficacemente guerra alla società e allo stato, il quale è misteriosamente scomparso. La purezza delle intenzioni ha ceduto il passo al principio di realtà: una parte della Francia vuole far pagare il conto all’altra e ci sono formazioni politiche vicine all’estrema sinistra che sostengono la prima in nome della giustizia sociale. I responsabili politici sono passati dallo sgomento alla ferma condanna: ‘inammissibile’, ha detto il presidente, che accusa l’estrema sinistra. Si sorride, ahimè. ‘Inammissibile’, ‘intollerabile’, nella bocca del capo dello stato, sono rimproveri senza conseguenze. Gli attori di questa guerriglia urbana sanno di non avere nulla da temere. L’autorità dello stato è scomparsa da tempo, la polizia è paralizzata dal timore di commettere abusi, la giustizia rilascia i rivoltosi che compaiono davanti a lei, il Consiglio di Stato si è mostrato molto cauto riguardo al divieto di utilizzare dispositivi di protezione durante le manifestazioni, quali caschi, occhiali, maschere, ginocchiere e gomitiere. Viene spontaneo ripensare alla sera del 13 novembre 2015, quando François Hollande, dopo l’attacco al Bataclan, apparve pallido come un lenzuolo esclamando: ‘E’ un orrore!’. Anche se la situazione non ha nulla a che vedere – un attacco terroristico e un’insurrezione interna sono due cose ben diverse –, Hollande, per quanto bonario potesse sembrare, è stato un uomo dell’ordine che ha salvato la Francia quando era sull’orlo del baratro.
D’altronde, aveva un primo ministro, Manuel Valls, e un ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, che avevano il senso dello stato. Conseguenza di una lunga serie di rinunce che alcuni di noi denunciano da almeno vent’anni: la tolleranza verso un degrado interno, verso le esplosioni di violenza nelle periferie spiegate con il “razzismo” e il senso di colpa post coloniale, un’abitudine alle inciviltà giustificate dal capitalismo e dalla ‘brutalità poliziesca’. Ciò che è accaduto sabato scorso si ripeterà inevitabilmente, come un assaggio del caos che ci attende. A meno che le nostre autorità non mettano finalmente la sicurezza al primo posto tra i diritti umani e accettino di trarne le conseguenze: vietare, ad esempio, le prossime manifestazioni. In caso contrario, i teppisti festosi del 17 ottobre sembreranno delle simpatiche comparse rispetto a quelli che seguiranno: bande criminali guidate dall’estrema sinistra per mettere in ginocchio il nostro paese. Un colpo di stato silenzioso”. (Traduzione di Mauro Zanon)