un foglio internazionale
Hitchens: “Così Praga mi curò dal comunismo”
Un viaggio in treno oltre la Cortina di ferro. Peter Hitchens ricorda sul Mail on Sunday la sua prima visita a Praga, poco dopo la repressione della Primavera. Una città bellissima e oppressa, che gli impartì la più grande lezione di storia della sua vita
19 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 08:17

"Era il 1968, un anno di meraviglie, nessuna delle quali molto piacevole, che non lascerà facilmente il mio ricordo” scrive Peter Hitchens nel Mail on Sunday. “Fu l’anno in cui entrai in una setta trotskista (…) Poi vennero Praga e i carri armati sovietici che schiacciavano una breve fioritura di libertà, più o meno in questo periodo dell’anno. La libertà sotto il comunismo era come il fuoco sott’acqua. Ma che cos’era questa città misteariosa, Praga? Il viaggio lo devo a Evelyn Jones, moglie del leader sindacale un tempo potentissimo Jack Jones, e amica dei genitori di mia moglie. Evelyn era stata corriere del Comintern negli anni Trenta, portando messaggi a Mosca dai comunisti occidentali e riportando indietro oro. Mentre progettavamo il viaggio in treno (Parigi, Heidelberg, Norimberga) notammo che la carta ufficiale si fermava alla Cortina di ferro: da Norimberga c’era solo una freccia che indicava ‘Praha’. Così, in un giorno di inizio primavera, il nostro treno dalla sonnolenta Franconia entrò nell’impero del male, attraverso una ragnatela di filo spinato, e se prima non avevo pensato che quello fosse un impero del male, di certo lo pensai allora. Il paese era una specie di prigione. I sedili erano di plastica dura. Gli scompartimenti erano decorati con una grande stella rossa. Le città che attraversavamo erano annerite dal fumo e ovunque vedevamo appesi striscioni propagandistici rossi. I nostri compagni di viaggio avevano denti d’acciaio inossidabile. Mentre entravamo nella periferia di Praga, cominciammo a vedere carrozze ferroviarie sovietiche segnate con la falce e il martello, e a sentirci trascinati nell’orbita di un sole più scuro. Non c’erano turisti. La dieta di base sembravano essere i canederli. Puzzava di oppressione. Imparammo per la prima volta che cosa significa aver paura di dire ciò che si pensa. E dalle sue torri la città sussurrava davvero gli ultimi incantesimi degli anni Trenta, come Evelyn Jones aveva promesso. La storia, quella vera, pericolosa, che spaventa e sconcerta, mi irruppe nella mente – e tutto questo nel mezzo di uno dei luoghi più commoventemente belli che avessi mai visto. Mi dispiace, ma adesso non ci si può più andare. Il mondo moderno l’ha ripulita del passato. Ma avremo sempre Praga, la più grande lezione di storia che io abbia mai vissuto”.
(Traduzione di Giulio Meotti)