Il dominio della guerra. L’analisi di Nicolas Baverez

In questa attesa spetta alle democrazie trarre le conseguenze dall’accelerazione delle tensioni internazionali e dei conflitti
28 SET 26
Ultimo aggiornamento: 09:03
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"L’imbarbarimento del Ventunesimo secolo sta registrando una brutale accelerazione, vanificando ogni speranza di distensione” scrive sul Figaro Nicolas Baverez. “Non solo la pace non è mai stata così impossibile, ma la guerra continua a diffondersi a partire dai due principali conflitti armati che coinvolgono le potenze dominanti del sistema internazionale: l’Iran e l’Ucraina. In medio oriente, la tregua fittizia stipulata tra gli Stati Uniti e l’Iran con l’accordo del 17 giugno è durata meno di tre settimane. Gli attacchi alle navi e i bombardamenti sono ripresi già dall’8 luglio, provocando un nuovo blocco dello stretto di Hormuz. Sono seguiti attacchi alle infrastrutture energetiche e portuali degli stati del Golfo e alle basi statunitensi, spingendo gli Stati Uniti ad annunciare una nuova serie di sanzioni per soffocare l’economia iraniana. La Repubblica islamica ha reagito attraverso i suoi alleati houthi, che hanno compiuto un’avanzata nello Yemen meridionale per assumere il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb. L’Iran, oltre a Hormuz, ha consolidato il proprio dominio su un secondo punto nevralgico del traffico marittimo. Gli Stati Uniti si trovano così in un vero e proprio vicolo cieco strategico, incapaci sia di vincere la guerra sia di concludere la pace con la Repubblica islamica. Il tutto a un costo di 38 miliardi di dollari al 1° agosto e di ulteriori 3 miliardi al mese, di cui 22 in munizioni a seguito del consumo di oltre la metà delle scorte di missili Patriot e di un terzo dei Tomahawk, che richiederanno almeno cinque anni per essere ricostituite. E al prezzo di un profondo crollo del morale delle truppe americane, con 50.000 soldati che rimangono mobilitati, pronti a combattere, in attesa di una strategia che non si trova, mentre il loro comando viene decimato da epurazioni paragonabili a quelle che Xi Jinping infligge all’Esercito popolare di liberazione.
“Gli Stati Uniti si trovano in un vicolo cieco strategico, incapaci sia di vincere la guerra sia di concludere la pace con la Repubblica islamica”
Israele, dal canto suo, ha abbandonato il fronte iraniano solo per concentrarsi su Gaza e sul Libano, oggetto di attacchi quotidiani, con il sostegno dell’Amministrazione Trump che ha appena approvato un contratto da 2,8 miliardi di dollari per la fornitura di 40.000 bombe Mk84 e Blu-117 da 900 chili. Senza riuscire a sradicare né Hamas né Hezbollah. Ma con un effetto di logoramento anche per le Forze di difesa israeliane (Tsahal), che non riescono più a ricostituire le proprie forze e devono affrontare le crescenti proteste relative all’esenzione dal servizio militare di cui beneficiano gli ebrei ortodossi, che rappresentano ormai il 13 per cento della popolazione.
In Ucraina, il fronte è bloccato. La Russia perde 1.000 uomini al giorno per conquiste territoriali minime. Mosca compensa il proprio fallimento militare con attacchi sistematici alle infrastrutture e alla popolazione civile, nonché con l’intensificazione della guerra ibrida condotta contro l’Europa, ormai principale sostenitrice di Kyiv. Approfittando della carenza di sistemi di intercettazione causata dalla guerra in Iran, la Russia prende di mira in via prioritaria le città ucraine, le infrastrutture critiche nel settore energetico e dei trasporti, i supermercati e le catene logistiche, al fine di rendere impossibile la vita della popolazione. Contemporaneamente, si moltiplicano gli attacchi e le intimidazioni contro i paesi europei: dall’attentato all’aeroporto di Lipsia all’ondata di incendi nei siti di produzione di armamenti, passando per le incursioni di droni in Polonia, in Danimarca e nei Paesi baltici, gli attacchi mirati al traffico portuale e aeroportuale, l’impennata degli attacchi informatici, l’aumento delle operazioni di disinformazione e di ingerenza nelle elezioni. Vladimir Putin, che ha controllato più che mai le elezioni legislative reprimendo ogni forma di opposizione, sta intrappolando la Russia in una logica suicida che combina crollo demografico, disgregazione dell’economia minata dalla carenza di beni e dall’inflazione, e asservimento alla Cina. Pur pagando un prezzo umano e materiale enorme, l’Ucraina non cede, si reinventa come nazione pienamente europea e si afferma come attore sempre più autonomo nella propria difesa. Allo stesso tempo, l’aggressione all’Ucraina e la guerra ibrida hanno risvegliato gli europei, che dal 2022 hanno più che raddoppiato i propri sforzi in materia di difesa, hanno rivitalizzato la Nato e hanno sostituito gli Stati Uniti nel sostegno all’Ucraina.
Sebbene tutte le parti coinvolte in questi due conflitti siano perdenti, non c’è spazio né per la ricerca di una soluzione negoziata né per una pace di compromesso. Ognuno ritiene di trovarsi in una posizione di forza e di avere il tempo dalla propria parte. Tutto ciò porta a una logica di escalation ed espansione della guerra. Espansione militare con la militarizzazione dello spazio, dei fondali marini e dell’Artico, del cyberspazio e dell’intelligenza artificiale. Estensione geografica con l’ampliamento del campo di battaglia all’Europa, ai Paesi del Golfo e al Libano. Estensione nel tempo con conflitti senza fine che trasformano la guerra in uno stato permanente. Estensione economica con il passaggio alla stagflazione e il rischio di interruzione degli scambi e dei pagamenti globali. Estensione politica con l’indebolimento delle democrazie e la loro corruzione attraverso la violenza.
L’unico vincitore rimane la Cina di Xi Jinping che, per il momento, prosegue la sua conquista dell’egemonia mondiale senza ricorrere apertamente alla forza armata. Pechino sta costruendo metodicamente un’area imperiale nell’Asia-Pacifico, sostenuta da un potente sforzo di riarmo con un bilancio della difesa portato a 300 miliardi di dollari. L’annessione di Taiwan cristallizza le sue ambizioni di potenza, il che porta Pechino a rafforzare la pressione militare sull’isola e a compiere intensi sforzi per giustificare la legittimità e la legalità del ricorso alla forza contro Taipei, privilegiando però il blocco economico, la destabilizzazione interna ad opera del Kuomintang e l’isolamento internazionale di Taiwan rispetto all’invasione. I contrappesi alla dinamica della guerra rimangono limitati, dispersi e incerti. La Cina avrebbe i mezzi per un intervento decisivo sia in Ucraina che in Iran, ma non ne ha la volontà, dando priorità all’indebolimento degli Stati Uniti e alla divisione dell’occidente. La rivolta popolare viene brutalmente repressa in Iran e contenuta in Russia tramite la propaganda, la corruzione e il terrore.
“Il risveglio dell’opinione pubblica mentre si intensificano crisi energetica, disgregazione degli scambi commerciali e povertà delle popolazioni”
Rimane il risveglio dell’opinione pubblica mondiale, che potrebbe spingere i leader a un cambiamento di rotta, proprio nel momento in cui le proteste e le manifestazioni di massa si intensificano in tutti i continenti di fronte alla crisi energetica, alla disgregazione degli scambi commerciali e alla conseguente povertà delle popolazioni. In questa attesa, spetta alle democrazie, in particolare in Europa, trarre tutte le conseguenze dall’accelerazione delle tensioni internazionali e dei conflitti. La guerra non solo è tornata in Ucraina e in medio oriente, ma è presente nel cuore delle nostre nazioni nelle sue forme ibride. Per prevenirne e arginarne la dinamica, l’Europa deve non solo riarmarsi, ma farlo per sé stessa e non per gli Stati Uniti, come continua a fare la Germania”.
(Traduzione di Mauro Zanon)