un foglio internazionale
Benvenuti in Afghanistan!
Un reporter dai Talebani. “Un emirato fatto di sharia e tecnologia occidentale”
28 SET 26
Ultimo aggiornamento: 08:16

Kabul, su una motocicletta decorata con bandiere talebane durante le celebrazioni per il quinto anniversario del ritiro degli Stati Uniti dall'Afghanistan (LaPresse)
"Il terminal degli arrivi dell’aeroporto internazionale di Kabul è diviso per genere. Le forze della coalizione ricostruirono l’aeroporto durante l’occupazione dell’Afghanistan e la struttura conserva il suo stile moderno. Ma i talebani ne hanno fatto qualcosa di proprio, e io entro nel Paese in mezzo a un mare di turbanti in attesa alla mia sinistra e di veli alla mia destra". Così David Patrikarakos su Unherd.
“Quasi esattamente cinque anni prima, il 15 agosto 2021, i talebani avevano conquistato questo aeroporto. Seguì il caos. Gli americani condussero un’operazione durante la quale più di 123 mila persone furono trasportate in aereo verso la sicurezza: la più grande evacuazione di non combattenti nella storia militare degli Stati Uniti. Il 30 agosto, alle 23:59 ora locale, l’ultimo aereo militare statunitense decollò da Kabul, un minuto prima della scadenza fissata dal presidente Joe Biden per il ritiro. Il ponte aereo segnò la fine dello stato afghano-americano nato nel 2001, quando gli Stati Uniti, con l’obiettivo di dare la caccia a Osama bin Laden e rovesciare i suoi alleati talebani, invasero il paese e instaurarono un governo di stampo occidentale. Per vent’anni questo stato sostenuto dagli Stati Uniti sopravvisse, ma il suo disfacimento richiese appena poche settimane. Oggi la capitale è un miscuglio di degrado urbano e repressione statale. Talebani armati pattugliano le strade mentre bambini mendicanti lavorano nel traffico, bussando ai finestrini e tendendo le mani in cerca di elemosina. ‘Le cose sono molto più sicure ora che i talebani sono al potere, e non c’è guerra’, dice un abitante del luogo che preferisce non essere identificato. ‘Ma abbiamo perso molte libertà. Questo è il prezzo del compromesso con cui viviamo oggi’. Ha ragione. Le strade sono tranquille. I talebani sono educati, persino amichevoli. Ma sono consapevole del fatto che questo è uno stato che risponde soltanto a se stesso. Le persone vengono regolarmente fatte sparire nelle sue prigioni e nelle camere di tortura, senza preavviso né garanzie procedurali. Eppure, per capire i talebani bisogna capire da dove provengono. Kabul può essere la capitale dell’Afghanistan, ma Kandahar, una città nel sud del paese, è il centro spirituale e politico dell’Emirato islamico. Qui il suo leader supremo, il mullah Hibatullah Akhundzada, e il suo gruppo di consiglieri governano, in gran parte lontano dagli occhi del pubblico. Mi dirigo lì percorrendo l’autostrada Kabul-Kandahar. Passo accanto alle tende di pelo di capra dei Kuchi, il popolo seminomade dell’Afghanistan, e a greggi di pecore malconce. Nel centro della città il caldo è intenso. Ovunque sventolano bandiere talebane. Uomini avvolti in keffiyeh neri emergono dalle nuvole di polvere sollevate dalle loro motociclette. Le donne mendicano indossando il burqa integrale. La povertà di Kandahar, per non parlare dell’intensità teocratica, fa sembrare Kabul una San Francisco. Mi viene detto che fotografare è vietato. La mia prima tappa è il Ministero dell’Informazione e della Cultura, dove cerco il permesso di svolgere attività giornalistica a Kandahar. Dopo pochi minuti vengo convocato in un ufficio climatizzato accanto. Quattro talebani, uno dei quali stringe tra le braccia un fucile M16, sono seduti scalzi sui divani. Samangani è un tagiko del nord del paese. Ha un volto giovane e levigato, con baffi curati e una barba ispida. Mi sorride. Gli chiedo a cosa attribuisca il successo dei talebani. ‘Alla nostra fede in Allah’, risponde senza esitazione. Su un cartellone pubblicitario che domina una rotatoria è riportato un messaggio del Leader Supremo: ‘Quando tornate dall’Hajj, non siate spreconi spendendo denaro in cene e festeggiamenti’. La mattina seguente parto dalla mia pensione per incontrare Zabihullah Mujahid, capo portavoce del governo talebano dal 25 ottobre 2021. Per ragioni di sicurezza, inizialmente non mi viene detto dove si trovi Mujahid. Mi viene invece ordinato di aspettare una telefonata. Seduto in un caffè vicino, i miei occhi scrutano la sala fino a posarsi su una coppia di pannelli decorativi. Uno raffigura due cammelli, l’altro un pavone; i volti di tutte e tre le creature sono coperti da adesivi. Sono confuso finché non capisco il motivo: la deturpazione è conforme all’ingiunzione basata sugli hadith contro le rappresentazioni complete degli dhawāt al-arwāḥ (‘esseri dotati di anima’). Se si oscura la testa, la figura risulta incompleta e quindi è considerata lecita. A Kabul non avevo visto nulla di simile. Arriva la telefonata: il luogo dell’incontro è una residenza recintata proprio dall’altra parte della strada. Dopo pochi minuti entra Mujahid (…) Ogni talebano che incontro ripete ciò che mi aveva detto Samangani: hanno sconfitto l’esercito più potente e tecnologicamente avanzato della storia grazie ad ‘Allah’ e alla loro fede. Ma più tempo trascorro in Afghanistan, soprattutto a Kandahar, più mi diventa chiaro che i talebani non devono essere considerati semplicemente dei fanatici quasi medievali. Agli occhi degli occidentali possono sembrare barbari, in particolare per il loro trattamento delle donne, ma non rifiutano la tecnologia né la modernità. Tranne quando non sono in grado di controllarle, le hanno assimilate entrambe. I talebani continuano a pattugliare le strade con capelli lunghi, barbe arruffate, turbanti neri e l’impronta del villaggio. Ma sta emergendo anche un talebano decisamente post-americano. Una mattina mi sveglio al rumore di un elicottero che vola basso sopra di me. ‘L’aeronautica talebana’, spiega un amico, che poi mi racconta una storia. Quando i talebani conquistarono il potere cinque anni fa, ai piloti afghani addestrati dagli Stati Uniti fu detto di portare gli elicotteri in salvo in Tagikistan. Uno di loro, che era già in volo, telefonò al padre per chiedergli cosa dovesse fare. Il padre si precipitò dai talebani nel loro villaggio e spiegò il dilemma del figlio. ‘E’ figlio dell’Afghanistan’, gli dissero. ‘Deve tornare. Sarà al sicuro’. Il padre gli riferì il messaggio; il figlio spense il transponder, fece inversione a mezz’aria e tornò a casa con l’elicottero. I talebani mantennero la loro promessa. Ora lavora come istruttore, insegnando ai piloti talebani a volare con gli elicotteri lasciati dagli americani. I talebani hanno abbracciato molte delle tecnologie e delle istituzioni dell’ordine occidentale che hanno sconfitto, continuando al tempo stesso a respingerne i valori fondamentali. Portano fucili americani e usano smartphone occidentali, ma rimangono incrollabilmente vincolati alla Sharia. Per loro non c’è alcuna contraddizione. Washington dava per scontato che la modernizzazione significasse inevitabilmente occidentalizzazione. Ma i talebani hanno imparato dall’America senza diventare americani. L’occidente offrì agli afghani il suffragio liberale, convinto che lo avrebbero accettato. Perché non avrebbero dovuto? Era il 2001. La democrazia liberale aveva vinto la Guerra fredda, aveva contribuito a portare la pace in Jugoslavia e aveva accompagnato un decennio di straordinaria prosperità capitalistica. Washington intervenne convinta che lo sviluppo economico, l’istruzione, la connettività e le istituzioni avrebbero portato con sé la democrazia e trasformato Kabul in Copenhagen. Penso a tutto questo durante la mia visita alla Khirka Sharif: un complesso di edifici ricoperti di stelle e poligoni, piante e fiori. Linee di calligrafia coranica attraversano i motivi decorativi. Turchese, blu e verde si mescolano all’ocra, all’oro e al rosa. Secondo la tradizione locale, la Khirka Sharif custodisce il mantello donato al profeta Maometto durante la sua ascensione al cielo. Il mantello ebbe un ruolo importante nella prima mitologia dei talebani che emersero a Kandahar a metà degli anni Novanta. Il 4 aprile 1996, il leader talebano, il mullah Omar, estrasse il mantello dalla sua scatola ricoperta di stoffa e lo portò sul tetto della principale moschea di Kandahar. Lì lo sollevò davanti a migliaia di studiosi religiosi, combattenti e sostenitori. La folla esplose in un tripudio: gli uomini gettavano in aria i propri turbanti nella speranza che potessero toccare il sacro indumento, mentre alcuni, secondo quanto riferito, svenivano. Pochi mesi dopo, il 27 settembre, le forze talebane conquistarono Kabul e instaurarono l’Emirato islamico dell’Afghanistan che durò fino al 2001, quando arrivarono gli americani con una potenza militare senza precedenti e con l’apparato del state-building: ong e agenzie umanitarie, elezioni e costituzioni, fogli Excel, valutazioni dei rischi e quadri di risultati. Queste erano le icone di una fede diversa, una fede che fondava la propria legittimità sull’ordine liberale del secondo dopoguerra. Un cavo in fibra ottica non è né autoritario né liberale. Un regime può volere strade moderne e investimenti occidentali e al tempo stesso opprimere le donne e uccidere gli omosessuali. Poco prima di lasciare la città, mi fermo a pranzo. Entra un talebano poco più che ventenne e si siede accanto a me, affascinato dalla presenza di stranieri. Parliamo. Si è unito ai talebani a dodici anni e ha combattuto per anni contro americani e britannici. Riprendo il viaggio e, poco meno di cento miglia a sud di Kabul, attraverso la città di Ghazni, il cui ingresso è dominato da tre cupole azzurre. Il suo museo militare all’aperto espone file di carri armati sovietici bruciati, monumenti alla vittoria dei mujaheddin afghani nella guerra sovietico-afghana del 1979-1989. Mille anni prima, Ghazni era stata la capitale imperiale di Mahmud di Ghazni, celebrato in seguito come ‘distruttore degli idoli’ dopo la distruzione del tempio indù di Somnath. Quando il mullah Omar distrusse i Buddha di Bamiyan nel 2001, invocò Mahmud, presentandosi come un moderno but-shikan, un ‘distruttore degli idoli’. Gli occidentali occupanti erano privi di questo senso della storia. Poco dopo il disastroso ritiro del 2021, chiesi a un soldato britannico che aveva prestato servizio in Afghanistan come fosse stato possibile che, dopo vent’anni di guerra, avessimo compreso così poco quel paese. ‘Il fatto è’, mi disse, ‘che facevamo missioni di un anno e poi ce ne andavamo. Non siamo stati lì per vent’anni, ma per venti volte un anno’. I soldati, i diplomatici e i funzionari occidentali ruotavano continuamente attraverso la guerra, mentre i talebani la vivevano anno dopo anno. E il loro senso del tempo e del luogo si estendeva indietro di secoli, fino al mantello del Profeta e alla leggenda di Mahmud. C’era un solo vincitore possibile”.
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(Traduzione di Giulio Meotti)