Il nuovo cavallo di Troia

Il sindaco di New York Mamdani è un modello che ispira anche la sinistra francese: islamismo, wokismo, comunitarismo e socialismo

21 SET 26
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Tre registrazioni per l’episodio speciale su New York del podcast ‘Lignes de Force’, tre donne: Ayaan Hirsi Ali, nata musulmana in Somalia, vittima di mutilazione genitale femminile, oggi apostata e saggista; Alana Newhouse, fondatrice del sito Tablet Magazine, per il quale lavoro ormai da tredici anni; Olivia Reingold, giornalista di The Free Press, un sito di informazione fondato nel 2021 in risposta alla crisi dei media, che ha seguito l’intera campagna di Mamdani a New York – ed è proprio su quest’ultima intervista che vorrei soffermarmi” scrive Marc Weitzmann sul Point. “Chi è Zohran Mamdani? A 25 anni dall’11 settembre, mentre il 4 novembre si festeggerà il primo anniversario dell’elezione del primo sindaco musulmano alla guida della città più ebraica degli Stati Uniti, non c’è una risposta chiara a questa domanda – forse meno che mai. La sua elezione ha rappresentato un evento di portata mondiale. Negli Stati Uniti, ha segnato l’ascesa politica dei Socialisti democratici d’America, il partito rivoluzionario a cui appartiene e che minaccia di prendere il controllo dell’intero Partito democratico dopo le elezioni di medio termine, a novembre. In Qatar, il caporedattore del quotidiano statale Al-Sharq, Jaber Al-Harmi, l’ha presentata come la sconfitta della “capitale della lobby sionista”, e il conduttore del canale Al Jazeera, Ayman Azzam, ha condiviso un post che attribuiva il lieto evento ai massacri del 7 ottobre: “Il mondo cambia; le manifestazioni del Diluvio hanno un impatto”. (Il “Diluvio” di Al-Aqsa è il nome dato dagli islamisti al 7 ottobre).
In Francia, l’irruzione di Mamdani al City Hall non ha forse segnato l’avvento di un decolonialismo che farebbe a meno dei ‘bianchi’? E’ comunque sorprendente constatare che è proprio a partire da quel periodo elettorale, nell’autunno del 2025, che il concetto di ‘Nuova Francia’ è diventato lo slogan ricorrente dei dirigenti della France insoumise (il partito della sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, ndt). Da allora, sui social, Bally Bagayoko (sindaco mélenchonista di Saint-Denis, ndt) commenta Mamdani così come ha salutato la vittoria del candidato al Senato Abdul El-Sayed alle primarie democratiche del Michigan. Più recentemente, lo scorso 6 settembre, anche Ali al-Qaradaghi, segretario generale dell’Unione internazionale degli studiosi musulmani – un’organizzazione con sedi sia in Qatar che in Turchia e legata ai Fratelli musulmani –, ha affermato di vedere nella vittoria di Mamdani una “benedizione” derivante dal massacro del 7 ottobre – una benedizione che sarebbe solo l’inizio: “Senza il diluvio di Al-Aqsa, ciò che sta accadendo in Europa e in America non si verificherebbe”. Propaganda, autosuggestione, realtà o un po’ tutto assieme? Mamdani è un islamista, come afferma senza mezzi termini anche la destra americana? E’ il cavallo di Troia di un nuovo antisemitismo newyorkese destinato a epurare la vita pubblica newyorkese dagli ebrei? Alcune cose sono indiscutibili: innanzitutto il fatto che Mamdani, durante la sua investitura, abbia prestato giuramento sul Corano – vi immaginate lo scandalo se gli ex sindaci ebrei di New York, Mike Bloomberg o Ed Koch, avessero prestato giuramento sul Talmud? E poi l’epurazione ebraica, se l’espressione è appropriata, del Consiglio giudiziario della città: mentre quasi la metà degli avvocati di New York è ebrea, nessun membro del Consiglio lo è, e alcuni tra gli ebrei più competenti in materia sono stati deliberatamente scartati dal sindaco a favore di figure quasi tutte vicine all’estrema sinistra ‘antisionista’. Il principale tra loro, l’avvocato Ramzi Kassem, ha difeso un membro di Al-Qaeda nel 2018. Ci sono anche le parole dello stesso Mamdani prima del suo mandato e durante la campagna elettorale: il suo rifiuto di condannare lo slogan ‘globalizziamo l’Intifada’, la sua dichiarazione secondo cui ‘quando uno stivale della polizia di New York preme sulla nostra nuca, è allacciato da Tsahal’, l’esercito israeliano; la sua visita, in piena campagna elettorale, al famigerato imam anti-gay Siraj Wahhaj di Brooklyn, indagato dalle autorità in occasione di un primo attentato contro il World Trade Center nel 1993; il suo sostegno alla campagna per il Senato della sua compagna di lotta Aber Kawas, per la quale l’11 settembre non è altro che ‘una cosa che hanno fatto un paio di persone’ (‘a thing a couple of people did’)… Infine, ci sono i fatti. Secondo le statistiche della polizia di New York: nel mese di gennaio 2026, ovvero il mese dell’insediamento di Mamdani, gli atti di odio antisemita sono aumentati del 182 per cento rispetto a gennaio 2025, con una media di un episodio antisemita al giorno. Nei primi sette mesi del suo mandato sono stati registrati circa 205 episodi antisemiti confermati, contro i 189 dello stesso periodo dell’ultimo anno del mandato di Eric Adams (dopo il 7 ottobre); ciò equivale a un aumento dell’8,5 per cento, ovvero un episodio antisemita ogni 25 ore. Nel luglio 2026, gli ebrei sono stati bersaglio del 70 per cento di tutti i crimini d’odio della città (+ 53 per cento rispetto a luglio 2025). L’incidente più grave si è verificato il 24 luglio, pochi giorni dopo che Mamdani aveva pubblicato un video in cui accusava Netanyahu di genocidio, quando un uomo di 51 anni di nome Raul Morales ha accoltellato due uomini, Chok Sung e Moshe Grunhaus, gridando ‘Allahu akbar’, prima di barricarsi nel proprio appartamento nell’Upper West Side, non lontano da dove viveva Philip Roth. La spesa della comunità ebraica di New York per la sicurezza delle proprie scuole è inoltre aumentata del 98 per cento nel periodo 2024-2025. In questo contesto, l’atteggiamento della moglie di Mamdani accresce la preoccupazione. Per citare solo gli esempi più eclatanti: il suo ‘mi piace’ a un post in cui si affermava che gli stupri commessi il 7 ottobre fossero una bufala; i suoi ‘mi piace’ a post antisemiti del podcaster di estrema destra Tucker Carlson; le sue illustrazioni per un libro della sua amica, la scrittrice Susan Abulhawa, la quale, lo scorso 29 luglio, si è lamentata su X della ‘rappresentazione estrema degli ebrei in tutti i rami del governo, dei media e della cultura’, prima di concludere: ‘Non finirà bene per nessuno’. (Susan Abulhawa è oggi una delle scrittrici di punta della Simon & Schuster, che in un altro mondo era l’editore di ‘Operazione Shylock’ di Philip Roth.) E’ davvero tanto. Ma è tutto qui? E, soprattutto, in che misura questo spiega o meno il suo successo? Olivia Reingold ha seguito l’intera campagna di Mamdani. Ha analizzato minuziosamente tutti i suoi post sui social, ha intervistato decine di persone a lui vicine ed è stata la prima ad annunciare la sua probabile vittoria in un momento in cui nessuno ci credeva. “E’ stato l’entusiasmo dei suoi sostenitori a colpirmi. All’inizio della campagna sono andata a uno dei suoi comizi a Brooklyn. Era una di quelle giornate magiche a New York, un tempo splendido in cui si può fare di tutto, e il semplice fatto di rendersi conto che centinaia di giovani avevano scelto di trascorrere il loro fine settimana andando di porta in porta e distribuendo volantini per lui gratuitamente, mentre gli altri candidati non riuscivano a trovare attivisti, nemmeno a pagamento… Mi ha fatto riflettere”.
(Traduzione di Mauro Zanon)