“Ho scoperto Socrate in una prigione del Kgb”. La testimonianza di Sharansky

L’ex dissidente racconta  sedici mesi trascorsi in una cella a Lefortovo, la prigione più famigerata dell’Urss

14 SET 26
Ultimo aggiornamento: 16:41
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Foto ANSA

Crescendo in Unione Sovietica a metà del XX secolo, l’intelligencija – in particolare l’intelligencija ebraica – possedeva vaste biblioteche domestiche” racconta sulla Free Press di Bari Weiss l’ex refusnik sovietico, ministro israeliano, saggista e combattente per la causa della libertà Nathan Sharansky. “Nella casa dei miei genitori, per esempio, c’erano più di mille libri. La maggior parte era letteratura classica, per un motivo semplice: era il tipo di libro meno pericoloso da possedere. La letteratura contemporanea era pesantemente censurata e doveva appartenere al genere del realismo socialista, in cui la classe operaia oppressa ha sempre ragione e gli oppressori capitalisti sono invariabilmente destinati alla sconfitta. Ma più un libro era antico, più probabilità aveva di sopravvivere ai censori ufficiali. Leggere la letteratura classica, quindi, era una forma di evasione; ci permetteva di entrare in un mondo libero dalla presenza sempre incombente del Kgb. E’ ironico, dunque, che la prigione più famigerata del Kgb, Lefortovo – dove passai sedici mesi tra il mio arresto nel marzo 1977 e il processo nel luglio 1978, e dove subii più di cento interrogatori – avesse la biblioteca di letteratura classica più vasta che io abbia incontrato in Urss. Questa era l’eredità distorta delle purghe di Iosif Stalin, quando molti membri dell’intelligencija moscovita vennero uccisi e i loro beni confiscati. I libri confiscati, dopo aver subito un rigoroso processo di redazione per rimuovere tutti i nomi ‘nemici’, venivano poi distribuiti ai vari organi del Kgb. Ed è così che, entro i confini di Lefortovo, ebbi il mio secondo incontro con uno dei primi filosofi del mondo: Socrate.
La prima volta che incontrai Socrate – il grande filosofo ateniese del V secolo a.C., condannato dalla propria città a morte per avvelenamento per aver negato gli dèi e corrotto i giovani – fu quando avevo quindici anni e leggevo i libri della biblioteca di casa. Quell’incontro fu piuttosto formale, persino distante. Il linguaggio di Socrate, sebbene ben tradotto, mi risultava confuso. La sua logica si poteva comprendere solo leggendo i commentari e imparando il suo contesto storico. A quel punto non avevo né il tempo né la pazienza di studiare quei testi con attenzione. Volevo semplicemente, come ogni ragazzo ebreo intelligente, conoscere il destino di Socrate e, al momento opportuno, usare frasi popolari come: ‘Dobbiamo bere il nostro calice fino in fondo’”.
Una lettura più profonda arrivò in seguito, tra le mura di Lefortovo, dove – stando al racconto di Sharansky – il filosofo divenne una sorta di compagno. L’ironia che egli mette in luce è sottile e merita una riflessione approfondita. Uno stato che sequestrava le biblioteche private per punire il dissenso finì, per via della sua stessa logica burocratica, per riempire la sua prigione più temuta proprio con quei testi destinati a sopravvivergli. Il Kgb poteva cancellare dei nomi, ma non le argomentazioni di Platone, né il fatto che una mente nutrita di quel pensiero non smetta di ragionare solo perché privata della libertà.
E’ questo il dilemma che i sistemi totalitari non riescono mai a risolvere del tutto. Possono nazionalizzare le proprietà, censurare il presente e controllare le pubblicazioni, ma i classici, una volta assimilati, accompagnano l’individuo fin dentro la cella. La testimonianza di Sharansky ci ricorda che il possesso materiale dei libri non è mai stato l’aspetto cruciale: lo stato che confisca una biblioteca non può comunque confiscare ciò che il prigioniero ha già letto. La verità non ha bisogno di aggettivi; e, a quanto pare, nemmeno Socrate necessitava del timbro di approvazione del Kgb per continuare a sostenere le proprie tesi, persino dall’interno dell’istituzione eretta proprio per ridurlo al silenzio.
(Traduzione di Giulio Meotti)