un foglio internazionale
Ceuta e la riconquista
Lo scrittore siriano Souleimane spiega che per gli islamisti la Spagna è territorio islamico perduto da riprendersi anche coi flussi migratori
24 AGO 26

AP Photo/Antonio Sempere
L’arrivo in massa dei migranti nell’enclave spagnola di Ceuta ha risvegliato nel mondo arabo-musulmano l’idea che la Spagna fosse una terra perduta dell’islam verso la quale fosse opportuno tornare, spiega lo scrittore franco-siriano Omar Youssef Souleimane. Lo scorso anno, Souleimane ha pubblicato “Les Complices du mal” (Plon), scatenando il panico a sinistra: “Ho vissuto anni nella periferia di Parigi. Sono sempre rimasto sorpreso dal fatto che alcuni imam sostenessero Mélenchon senza alcuna riserva. Gli islamisti usano la France insoumise come cavallo di Troia per perseguire interessi politici e arrivare in parlamento”, spiegava nel libro lo scrittore. “Nella mentalità arabo-musulmana, la parola ‘Andalusia’ ha una risonanza particolare, persino sacra” scrive Souleimane sul Figaro. “Rimanda all’età d’oro degli Omayyadi, la dinastia che regnò sul primo grande impero islamico dal 661 al 750, prima di essere rovesciata dagli Abbasidi. Abderrahman I, uno dei pochi principi sopravvissuti a quella caduta, fuggì dal Levante e fondò in Andalusia uno stato che durò quasi tre secoli. Da allora, riconquistarla è diventata, nell’immaginario collettivo dei musulmani, un’ambizione ossessiva che l’islam politico eleva a dovere. Così, l’immigrazione di massa dei marocchini verso Ceuta è percepita, da questa prospettiva, come un ritorno alla terra perduta. Ma la storia di questa terra risale a tempi più lontani. I libri di testo nei paesi arabi, così come le lezioni tenute nelle moschee, raccontano l’arrivo dei musulmani in Andalusia nei minimi dettagli. Tutto ha inizio con Tariq ibn Ziyad, quel generale elevato a ‘eroe’, che avrebbe conquistato l’Andalusia per civilizzarla e diffondervi la ‘vera’ religione.
Nel 711 Tariq ibn Ziyad attraversò il Marocco per raggiungere la Spagna e disse: “Il nemico è davanti a voi, il mare è dietro di voi”
Nel 711, alla guida di alcune migliaia di uomini, attraversò dal Marocco lo stretto che porta ancora il suo nome, Djebel Tariq, ‘il monte di Tariq’, diventato Gibilterra, per raggiungere la Spagna. Una volta sbarcato, secondo la leggenda, avrebbe bruciato le proprie navi affinché i suoi soldati non potessero più ritirarsi, tagliando loro così ogni via di ritorno. La sua frase rimane un simbolo di coraggio assoluto: ‘Il nemico è davanti a voi, il mare è dietro di voi’. Aprì così la strada a otto secoli di presenza musulmana sul suolo europeo. L’aneddoto non viene mai raccontato nel suo contesto storico e mitico, ma come motivazione per far rivivere quello stato. L’Europa sarebbe diventata ciò che è oggi grazie ai musulmani, soprattutto ai filosofi e agli architetti dell’epoca, mentre i jihadisti insistono piuttosto sui guerrieri. L’epopea si conclude con un epilogo drammatico quanto lo fu la conquista: nel 1492, Granada, ultimo bastione musulmano della Spagna, capitola davanti ai Re Cattolici. Il suo ultimo sovrano, Boabdil, lascia la città in lacrime. Si dice che sua madre gli abbia rivolto una frase famosa: ‘Piangi come una donna per ciò che non sei riuscito a difendere come un uomo’. Questo racconto è diventato una fonte di ispirazione artistica, ma anche uno strumento di mobilitazione per le voci islamiste. Mahmoud Darwich, poeta palestinese, nel 1992 ha trasformato questa storia in una metafora diretta della perdita della Palestina, fondendo le due realtà in un’unica poesia. Più recentemente, la serie ‘Mulûk al-Tawâ’if’, ‘I re delle Taifa’, del 2005, ha messo in scena la frammentazione del califfato di Cordoba, contribuendo a riaccendere la nostalgia andalusa a livello popolare nella regione.
“I sostenitori del mito andaluso sono immersi nella corruzione, nella miseria e nelle dittature e manipolare la loro popolazione”
I jihadisti, dal canto loro, ne hanno fatto un imperativo: riconquistare quel territorio. Osama bin Laden aveva avvertito, nel 2001, che la perdita dell’Andalusia non doveva ripetersi in Palestina. Il suo successore, Ayman al-Zawahiri, nel 2021 ha esortato a liberare Ceuta e Melilla dalla Spagna, minacciando il paese di possibili attacchi. Quanto all’Isis, dopo gli attentati di Barcellona del 2017, ha annunciato che ‘l’Andalusia tornerà a essere una terra dell’islam e del califfato’. Nel 2025, l’organizzazione terroristica ha minacciato di colpire le cattedrali spagnole, nell’ambito di una campagna intitolata ‘Distruzione della Croce’. La portata della tragedia migratoria è innegabile: in pochi giorni oltre 70.000 giovani sono affluiti dal Marocco verso Ceuta, nella speranza di una vita migliore in Europa. Almeno 72 persone hanno perso la vita durante la traversata. Proprio questa situazione di disperazione offre un terreno fertile per lo sfruttamento da parte dei conservatori musulmani. Tanto più che il sogno di un’Andalusia islamica è già radicato nelle menti dei migranti. Alcuni islamisti richiamano la storia di Tariq ibn Ziyad e sostengono che la conquista dell’Andalusia non sarebbe stata possibile senza l’aiuto fornito da Ceuta. Per altri, Ceuta e Melilla testimoniano il fatto che la colonizzazione avviata con il crollo di Al-Andalus non abbia mai abbandonato del tutto la regione. Ciò colloca implicitamente i migranti odierni nella continuità di un’unica linea storica che si estende dalla caduta di Granada fino ai giorni nostri. E’ evidente che Ceuta sia colonizzata dalla Spagna. Tuttavia, non fa parte della saga dell’Andalusia islamica. I giovani che hanno attraversato il mare non sono venuti per portare la civiltà musulmana, ma per unirsi a quella dell’Europa di oggi. Molti sono stati picchiati, a volte persino violentati, in questo calvario. E’ opportuno affrontare questo dramma al di là di ogni propaganda, sia politica che religiosa, che continua a strumentalizzare l’evento, proprio come fanno, in modo speculare, le voci estremiste europee altrettanto carenti di sfumature. Quanto ai sostenitori del mito andaluso, immersi nella corruzione, nella miseria e nelle dittature, la loro priorità dovrebbe essere quella di migliorare la loro vita quotidiana piuttosto che vendere sogni per manipolare la loro popolazione”.
(Traduzione di Mauro Zanon)