Un Foglio internazionale
Il martirio di padre Hamel dieci anni dopo
I due terroristi responsabili della morte del sacerdote hanno parlato di teologia e dimostrato di non essere né dei bruti incolti né degli “squilibrati” di cui si parla così spesso. L'articolo di Rémi Brague sul Figaro
3 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 07:24

Dieci anni fa, il 26 luglio 2016, il sacerdote Jacques Hamel è stato assassinato nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray. Al di là dell’atrocità, questo attentato islamista è unico nel suo genere per il dialogo teologico che si è instaurato subito dopo la tragedia tra i due jihadisti e le suore presenti, analizza il filosofo e storico Rémi Brague. Membro dell’Institut de France, Brague è professore emerito di filosofia all’Università Paris I Panthéon-Sorbonne. “Sono trascorsi dieci anni da quando padre Jacques Hamel è stato sgozzato da due musulmani che credevano così di affermare che Dio è più grande, in arabo ‘Allah akbar!’” scrive Brague sul Figaro. “Eventi simili si sono verificati prima e dopo, non più ai danni di un sacerdote, ma di laici, cristiani e non. E’ il caso dell’omicidio di Samuel Paty, ampiamente riportato dai media, spesso in modo eccellente, come nell’ottimo film “L’Abandon”.
Nell’omicidio di Samuel Paty, è stata proprio l’azione di quest’ultimo, volutamente travisata, a fungere da pretesto. Quello di padre Hamel, invece, non sembra aver avuto altra ragione se non il fatto che egli fosse, appunto, un sacerdote della Chiesa cattolica. Essere uccisi per ciò che si è, e non per ciò che si è fatto – o meglio, per ciò che un terzo ha creduto che si fosse fatto –, fa riaffiorare dei ricordi. Nel Medioevo, gli ebrei potevano sfuggire alla persecuzione rinunciando alla propria religione, sul serio o solo a parole. Al tempo della Shoah, non furono massacrati a causa della loro religione, ma a causa di presunte caratteristiche fisiche attribuite loro da una pseudo-biologia. Coloro che evocano in ogni occasione gli anni Trenta farebbero bene a meditare su questo parallelo. Mi limiterò a porre qui una sola domanda: cosa c’è di specifico nell’omicidio di padre Hamel? Cosa lo rende, dunque, particolarmente memorabile? Se si considera il numero delle vittime, questo crimine è solo una goccia nel mare, se lo si confronta con ciò che accade altrove, ad esempio in Nigeria. E’ stato ucciso in quanto cristiano? Ma lo stesso è accaduto ai 21 operai copti che i carnefici dello Stato islamico hanno sgozzato in Libia (febbraio 2015). Avevano iniziato a selezionarli, separandoli dai loro colleghi musulmani. Sono stati quindi uccisi proprio perché erano cristiani, e per nessun altro motivo. La vittima era un sacerdote? Ma padre Hamel è ben lungi dall’essere l’unico a essere stato ucciso. Solo nel 2016, 28 sacerdoti sono stati uccisi a causa della loro fede. Secondo i testimoni, le ultime parole di padre Hamel sarebbero state: “Vattene, Satana!”.
Chiamare così colui che è causa del peccato e della morte è diventato raro. Ma padre Hamel non è l’unico ad aver osato nominare colui la cui astuzia più grande è quella di far credere che non esista. Ha infatti avuto un illustre emulo nella persona di papa Francesco, che ha sorpreso parlando più volte del demonio e della sua azione. Direi quindi che ciò che è davvero unico è ciò che è accaduto dopo che i due assassini hanno sgozzato padre Hamel e lasciato per morto il testimone che avevano inizialmente costretto a filmare la scena. Hanno parlato con le tre suore che avevano assistito all’ultima messa celebrata dal sacerdote. Il dialogo che padre Hamel portava avanti attivamente nell’ambito di un “comitato interconfessionale” ha così assunto, senza di lui e ovviamente suo malgrado, una dimensione molto concreta. Ciò permette di dare uno sguardo nella mente di questi due jihadisti, di conoscere il loro bagaglio intellettuale. A dire il vero, la lettura del Libro Sacro dell’Islam e delle dichiarazioni del Profeta sarebbe, in linea di principio, sufficiente. E oggi molte opere mettono a disposizione dei lettori francofoni l’interpretazione di questi insegnamenti da parte di imam popolari. Resta comunque interessante osservarne la rifrazione radicalizzata nelle giovani menti. Hanno parlato di politica, confondendo “arabi” e “musulmani”, attribuendo a tutti i francesi la responsabilità delle decisioni del governo francese, nella fattispecie l’intervento in Siria. Per quanto riguarda la religione, una suora alla quale avevano chiesto se conoscesse il Corano ha risposto di apprezzarne i versetti in cui si parla di pace. Risposta: “La pace, è proprio quello che vogliamo”. Qui si riconosce un islam autentico, poiché quest’ultimo ama definirsi una religione di pace. In un certo senso, si tratta di un’ovvietà, poiché nessuno vuole, nessuno ha mai voluto la guerra. Ciò che tutti vogliono è la sottomissione pacifica di un avversario che si arrenda senza opporre resistenza e ceda il proprio territorio e i propri beni. Se è possibile ottenerla senza una battaglia costosa in termini di denaro e sangue, tanto meglio.
Per i due assassini, lasciare in pace i musulmani significava, in questo caso, consentire allo Stato islamico di realizzare i propri progetti di dominio sul medio oriente arabo. I due terroristi hanno finalmente parlato di teologia. In questo modo hanno dimostrato di non essere né dei bruti incolti, né quegli “squilibrati” di cui si parla così spesso. Si trattava di due musulmani eloquenti, giovani, certo – avevano 19 anni –, ma ben informati sui princìpi della loro religione. Conoscevano in particolare ciò che le fonti autorevoli dell’islam dicono del cristianesimo. Uno dei terroristi disse a suor Huguette: “Gesù non può essere uomo e Dio”. Con ciò dimostrava una corretta conoscenza del dogma cristiano definito al Concilio di Calcedonia (451): Gesù Cristo è “vero uomo e vero Dio”. La sua conoscenza del cristianesimo andava addirittura oltre quella del Corano, che si limita a prendere le distanze dal dogma definito al Concilio di Nicea (325): Dio “non ha generato e non è stato generato” (CXII, 3). Si ripete spesso che il Dio islamico è al di là di ogni pensiero umano. Niente di più vero, e anzi di più banale, poiché l’islam condivide questa affermazione con l’ebraismo, il cristianesimo e persino la filosofia neoplatonica. La formula coranica che ho appena citato si ritrova del resto già presso i neoplatonici. Ma quando si tratta di concepire Dio, l’islam non esita ad applicare a Dio concetti mutuati dall’esperienza umana. Perché Dio non può avere un figlio? Perché, per generare un figlio, occorre una donna. Nella nostra esperienza umana, un padre è un maschio, che ha bisogno di una femmina da fecondare. Tuttavia non esiste una “Signora Dio”. Questo è il ragionamento del Corano: “Come potrebbe avere un figlio, se non ha una compagna?” (VI, 101). Per il cristianesimo, Dio è il Padre assoluto, ma non è maschio – il che, per inciso, priva il mascolinismo di ogni giustificazione teologica. Così, un omicidio che a prima vista sembra sordido si rivela avere un fondamento teologico. Per i due assassini, padre Hamel era una sorta di eretico. Meritava di essere eliminato. Una teologia errata fornisce pretesti per morire e uccidere. Una buona teologia offre ragioni per vivere e per far vivere.
(Traduzione di Mauro Zanon)