La minaccia islamista si reinventa

L’indebolimento dell’Iran non fa scomparire il pericolo islamista. Anzi, lo libera alimentando la rivalità tra sciiti e sunniti. L'intervista del Figaro a Michel Fayad, esperto di geopolitica
20 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 08:31
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In piazza per il regime a Teheran (Ap)

Nonostante l’eliminazione dei principali leader iraniani e la firma di un accordo, i Guardiani della Rivoluzione sono ancora al potere e la minaccia islamista, lungi dall’essere sventata, si reinventa alle porte dell’occidente, spiega l’esperto di geopolitica Michel Fayad, autore del libro Après la guerre? La menace à nos portes (Fayard), intervistato dal Figaro.
Il protocollo d’intesa firmato a metà giugno a Versailles tra gli Stati Uniti e l’Iran è andato in frantumi nel giro di tre settimane. Qual è il bilancio di questa guerra? I Guardiani della Rivoluzione ne escono da grandi vincitori? “Fin dalle prime ore degli attacchi americano-israeliani del 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno eliminato la Guida suprema Ali Khamenei, il capo del Consiglio di difesa Ali Shamkhani, il ministro della Difesa, il capo dell’esercito e il comandante delle Guardie della Rivoluzione, Mohammad Pakpour. Le capacità militari iraniane sono state gravemente danneggiate e l’economia è allo stremo. Eppure, la Repubblica islamica è sopravvissuta e proclama la propria vittoria. Il protocollo stipulato in seguito non è né un diktat né una capitolazione. Concede deroghe immediate alle esportazioni petrolifere, promette la revoca di tutte le sanzioni, lo sblocco dei beni e una dotazione di almeno 300 miliardi di dollari raccolta presso i partner regionali – senza un solo dollaro americano. In cambio: la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’impegno, già assunto in passato, a non dotarsi mai di armi nucleari. Non è previsto alcuno smantellamento, né del programma nucleare né di quello balistico. Tre settimane dopo, il protocollo era già caduco. Dopo l’attacco a tre navi mercantili nello Stretto di Hormuz il 6 e il 7 luglio, gli Stati Uniti hanno colpito circa novanta obiettivi militari in Iran in due ondate notturne. Teheran ha risposto con un centinaio di droni e missili contro le basi americane in Kuwait, Bahrein e Qatar. Il 9 luglio, Donald Trump ha dichiarato concluso il cessate il fuoco e nullo il memorandum. Gli attacchi sono proseguiti durante i funerali della Guida, sepolto venerdì a Mashhad. E l’Iran, padrone dello stretto attraverso il quale transita un quinto del petrolio mondiale, vi impone ormai il proprio diritto di passaggio. Ecco quanto valeva l’accordo”.
Secondo Fayad, “i Guardiani della Rivoluzione sono i grandi sopravvissuti di questa guerra. Ormai detengono da soli le redini del regime. L’8 marzo, il figlio di Khamenei, Mojtaba, è stato nominato Guida Suprema. Da allora non è mai apparso in pubblico e si esprime solo per iscritto. Il suo comunicato del 18 giugno non è un’approvazione moderata del protocollo: vi dichiara di aver avuto ‘un parere diverso’ e di aver dato la propria autorizzazione solo a condizione che il presidente Pezeshkian si impegnasse a preservare i diritti della nazione e del Fronte di Resistenza. Si tratta di una sconfessione anticipata, poiché la responsabilità dell’accordo viene trasferita al governo. Intorno a lui, l’organigramma è di tipo militare. Mohsen Rezaee, capo dei Guardiani per sedici anni, è tornato come consigliere militare della nuova Guida.
Come già spiegavo nel giugno 2025 – prosegue Fayad – i due pilastri sono Rezaee e Mohammad Ali Jafari, artefice della ‘difesa a mosaico’ e capo dei Guardiani per dodici anni. A loro si aggiungono Ahmad Vahidi, ex capo della Forza al-Qods creata da Rezaee, nominato alla guida dei Guardiani il 1° marzo, e Mohammad Bagher Zolqadr, ex braccio destro di Rezaee e cognato di Jafari, nominato segretario del Consiglio supremo della sicurezza nazionale il 24 marzo, una settimana dopo che un attacco israeliano aveva ucciso Ali Larijani, che ne deteneva il comando. Larijani era un negoziatore; Zolqadr è un pasdaran. Quel giorno, i Guardiani hanno smesso di influenzare il regime: lo hanno occupato. Mantenere una Guida suprema permette di conservare il Velayat-e faqih, ovvero il comando sui propri alleati: Hezbollah in Libano, l’Hashd al-Shaabi in Iraq. Tuttavia, è in fase di attuazione un accordo quadro tra Israele e il Libano che richiede il disarmo di Hezbollah, e Baghdad si è impegnata a disarmare le milizie sciite dell’Hashd al-Shaabi entro il 30 settembre. I Guardiani non si sono limitati a sopravvivere. Hanno ristrutturato il regime attorno a sé”.
Alla fine del suo libro, Fayad scrive che “la vera domanda non è quando verrà vinta la guerra, ma: siamo pronti per una lotta a lungo termine?”. L’accordo concluso da Donald Trump dimostra forse che l’occidente non è pronto a condurre questa lotta? “Il mio libro non riduce questa guerra all’Iran o a Hezbollah. Il vero scontro oppone le democrazie a un’ideologia – l’islamismo, sia sciita che sunnita – e a una dipendenza economica che ci lega le mani. Un’ideologia non si distrugge dall’alto, né con un testo firmato in fretta e furia. Questo protocollo illustra perfettamente la nostra impreparazione. L’Amministrazione Trump ha preferito un compromesso a una strategia a lungo termine. Teheran, dal canto suo, ha preservato l’essenziale: il suo apparato ideologico, le sue reti di influenza, le sue capacità strategiche — e ha ottenuto un alleggerimento della pressione economica. La vera guerra inizia ora. E’ ideologica, finanziaria, culturale e demografica. Si svolge in medio oriente, ma anche in Europa, in particolare in Francia, sia attraverso le reti sunnite finanziate dalle monarchie petrolifere sia attraverso i proxy sciiti. Finché ci rifiuteremo di ammettere che l’indebolimento di un regime non fa scomparire l’ideologia che lo anima – e può persino liberarne altre forme –, rimarremo vulnerabili. L’accordo del giugno 2026 non è stata una vittoria: è stata una confessione. Siamo pronti per una lotta a lungo termine?”.
Nel libro Fayad dimostra che bisogna guardare al medio oriente per capire che cosa attende l’occidente. La guerra è alle nostre porte? Chi sono i nostri nemici? “Il sottotitolo ‘La minaccia alle nostre porte’ non è una figura retorica. L’islamismo è una riattivazione coerente della dimensione giuridica e politica dei testi islamici. Milioni di musulmani rifiutano questa interpretazione nella loro vita, ma questa scelta personale non confuta i testi. I nostri nemici non sono i musulmani, ma un’ideologia totalitaria che presenta due versanti. Il primo è sciita. Comprende la Repubblica islamica dell’Iran, i suoi proxy, le sue reti dormienti, le sue attività di spionaggio, gli attentati contro gli interessi ebraici o israeliani, nonché la sua convergenza con la criminalità organizzata, in particolare il narcotraffico e la DZ Mafia. Il secondo è sunnita. Costituisce il bacino più vasto, poiché i sunniti sono otto volte più numerosi degli sciiti. Si avvale delle reti wahhabite, salafite, dei Fratelli musulmani e del Tabligh, finanziate dai petrodollari. E’ da questo ambiente che sono scaturiti gli attentati di massa subiti dalla Francia, da Charlie Hebdo fino all’assassinio di Dominique Bernard. L’indebolimento dell’Iran non elimina la minaccia, la libera, alimentando la rivalità tra sciiti e sunniti. I principali attori in agguato sono la Turchia di Erdogan, potenza islamista travestita da democrazia, le monarchie petrolifere, il Pakistan nucleare e la Siria islamista. La guerra è già alle nostre porte: finanziamenti stranieri, reti di influenza, propaganda digitale e separatismo. La prima condizione è dare un nome a ciò che stiamo combattendo”.
(Traduzione di Mauro Zanon)