un foglio internazionale
La diplomazia coranica
Attorno al cadavere ambulante di Khamenei, l’Iran torna a fare politica. Per ogni paese accorso al capezzale c’è un versetto islamico. L'articolo del Point
13 LUG 26

La guerra a intermittenza di Trump contro i mullah ha avuto almeno un risultato positivo: ridare vita, dopo la morte, a Khamenei” scrive Kamel Daoud sul Point. “La Guida suprema, polverizzata nel suo bunker il 28 febbraio 2026, il primo giorno dell’offensiva israelo-americana, aveva quasi fatto credere alla fine di questa teocrazia velenosa che da decenni estende la sua influenza su tutta la regione, e su una parte del terrorismo internazionale. L’eliminazione della Guida, tuttavia, non ha disorientato la casta dei mullah, né ha intaccato il loro senso del cerimoniale. Sono riusciti, poco a poco, a negoziare, a tergiversare e in seguito a ottenere un cessate il fuoco ricorrendo al ricatto, brandendo l’arma alimentare su scala internazionale e stringendo un po’ di più la morsa sullo stretto di Hormuz. E alla fine, la Guida è risorta. Un funerale grandioso che durerà dal 4 al 9 luglio, l’esposizione di una salma stalinista al Mosalla, vasto complesso religioso dell’imam Khomeini, nel pieno centro di Teheran. Si tratta del resto di uno dei più grandi luoghi di preghiera al mondo, che di solito ospita le grandi cerimonie del venerdì o di stato. Il corteo delle delegazioni internazionali, con una folla prevista tra i 15 e i 20 milioni di persone, ne ha offerto un prologo ben studiato. Da giorni la propaganda locale presenta l’evento come il funerale più importante della storia dell’Iran, con l’intento di eguagliare quello di Khomeini o di controbilanciare quello dello stesso scià. Vale la pena ricordare le cifre: i funerali di Khomeini, nel giugno 1989, erano durati due giorni e avevano radunato una folla stimata in circa 10 milioni di persone. Un record che Teheran intende proprio battere oggi. Quelli di Khamenei, invece, si protrarranno per sei giorni, attraversando cinque città dell’Iran e dell’Iraq. Lo scià Mohammad Reza Pahlavi, invece, morì in esilio al Cairo nel 1980 e ebbe diritto solo a un funerale discreto in terra straniera. La messa in scena iraniana cerca di sfruttare apertamente questo contrasto. In sostanza, si tratta di una vera e propria dimostrazione di forza e di un referendum per procura; la mossa dei mullah rappresenta un’impresa politica internazionale e un recupero di legittimità attraverso la potenza dello spettacolo. È difficile immaginare il peso simbolico del trasporto di questa bara per migliaia di chilometri attraverso la regione. Di questo fasto delle lacrime, ricorderemo solo alcuni elementi. Innanzitutto l’estetica kitsch, quel male che affligge il gusto primitivo delle dittature. Una triste coreografia funebre, sfilate di donne interamente velate, cupi aedi al femminile venuti a piangere la Guida, battendosi il petto e le guance bagnate di lacrime. Sopra il palco era riportato un versetto dal significato limpido, tratto dalla sura Saba (34:46): “Dì: ‘Non vi esorto che a una sola cosa: che vi alziate per Dio, in coppia o da soli’”. Un versetto che non è frutto del caso: costituisce la radice scritturale dello slogan ufficiale dei funerali; “Bisogna alzarsi”. Lo si può leggere sugli striscioni sopra l’immagine onnipresente della Guida, con il pugno alzato. È soprattutto questo il piccolo tocco intelligente dello spettacolo: il messaggio non detto, o quasi. Perché è necessario, innanzitutto, ricordare che lo sciismo ha i suoi eroi stereotipati, i massacrati, i traditi, i torturati dell’islam. È un aspetto funebre perpetuo di questa religione, costruito sul mito del sacrificio, quello dei discendenti del Profeta e della sua stirpe dei dodici imam. Da allora, il destino di Khamenei non si riduce più a quello di un dittatore ucciso: questo rito lo ha consacrato martire, sublimato dalla sua morte e dal suo corpo fatto a brandelli.
Si riaccende così l’antica emozione collettiva di questa regione, ed è proprio su questo che, a quanto pare, puntavano i coreografi. Anche l’assenza stessa del figlio di Khamenei, Mojtaba, designato come successore ma invisibile – ufficialmente per motivi di sicurezza, oppure perché gravemente ferito durante l’attacco di febbraio – obbedisce al mito: quello dell’imam nascosto, l’imam occultato che verrà a liberare l’umanità nel suo epilogo messianico. E per ravvivare ulteriormente l’adesione, la bara è destinata a un road trip politico senza precedenti. Raggiungerà innanzitutto la città santa di Qom il 7 luglio, per poi transitare l’8 luglio attraverso le città sciite irachene di Najaf e Karbala. Sarà poi sepolta a Mashhad, città natale della Guida, il 9 luglio, presso il santuario dell’imam Reza. Ma c’è di più: questa volta bisogna prestare attenzione alla nuova diplomazia coranica che i media del mondo musulmano hanno messo in evidenza. A ogni delegazione straniera venuta a porgere le proprie condoglianze nella Mosalla, è corrisposta la diffusione di un versetto del Corano, ogni volta carico di un significato preciso. Così, per la delegazione del Qatar, la scelta è ricaduta su questo: “Affinché Allah perdoni i tuoi peccati passati e futuri, completi su di te la Sua grazia e ti guidi sulla retta via” (Al-Fath, 48:2). Un appello appena velato a cambiare posizione. Per Hamas: “Tra i credenti ci sono uomini che sono stati sinceri nei loro impegni verso Dio. Alcuni hanno compiuto il loro dovere, altri stanno ancora aspettando, e non hanno mai sostituito il loro impegno iniziale con alcun cambiamento” (Al-Ahzab, 33:23) – un saluto rivolto all’alleato.
E il versetto che accompagna l’ingresso della delegazione di Hezbollah? “Non vacillate e non vi affliggete, poiché sarete i più elevati, se siete credenti” (Al-Imran, 3:139). Il significato è già chiaro. Il caso più evidente, e l’unico confermato dai media ufficiali iraniani, rimane quello della delegazione saudita, guidata dal viceministro degli Affari esteri. Il suo omaggio è stato accompagnato dal versetto Al-Imran 3:13, che descrive i due eserciti, quello empio e quello dei musulmani, che si scontrarono nella battaglia di Badr, nel Settimo secolo. “C’era davvero un segno per voi in quelle due schiere che si affrontarono: l’una combatteva sulla via di Dio, l’altra era miscredente; questi ultimi vedevano gli altri due volte più numerosi di loro, a occhio nudo. Ma Dio sostiene con il Suo aiuto chi vuole”. Per la delegazione turca, questo versetto dal significato pesante ha accompagnato, diplomaticamente, le condoglianze. Si legge: “Non sono uguali coloro tra i credenti che restano nelle loro case – eccetto coloro che hanno una valida giustificazione – e coloro che combattono sulla via di Dio con i propri beni e le proprie vite. A tutti Dio ha promesso la ricompensa più bella; ma ha riservato ai combattenti una ricompensa ben superiore a quella di coloro che restano sedenti” (An-Nisa, 4:95). Il governo libanese? Un sermone sul coraggio e la defezione: “E se avessimo ordinato loro: ‘Uccidetevi’ o ‘Uscite dalle vostre case’, non lo avrebbero fatto, tranne un piccolo numero di loro” (An-Nisa, 4:66). Si può chiudere l’elenco con il messaggio più subliminale di tutti, rivolto questa volta non più a una delegazione, ma al mondo intero: l’appello del poeta funebre, Mohammad Rasouli, alla morte di Trump. “Perché l’uomo più spregevole del pianeta è ancora vivo?”. Ha pronunciato questa frase tra gli applausi e le grida di “Morte all’America”, riferiscono i media“.
(traduzione di Mauro Zanon)