il foglio internazionale
Falsa pace e guerra vera
Nicolas Baverez sulla débâcle strategica che chiude la guerra in Iran per gli Stati Uniti. E sul conflitto intrapreso da Cina, Russia, Iran contro l’occidente
29 GIU 26

Il vertice del G7, tenutosi a Évian dal 15 al 17 giugno, ha visto le discussioni sulla riduzione dei grandi squilibri economici passare in secondo piano rispetto alla gestione delle crisi geopolitiche e delle guerre a catena che si susseguono dal 2022”: comincia così l’analisi di Nicolas Baverez sui conflitti in atto alle porte dell’Europa, pubblicata il 21 giugno scorso sul Figaro. “Il vertice – scrive Baverez – è culminato con la firma da parte di Donald Trump, il 17 giugno alla Reggia di Versailles, del protocollo d’intesa con l’Iran. Il fragile cessate il fuoco in medio oriente ha aperto la strada a una precaria ripresa dei rapporti transatlantici, incentrati sul sostegno all’Ucraina di fronte alla guerra di sterminio che la Russia le sta muovendo. I colloqui tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky hanno così portato al rafforzamento delle difese antiaeree e dei sistemi di intercettazione dell’Ucraina – anche attraverso la produzione su licenza di materiale occidentale – nonché al ripristino delle sanzioni sulle esportazioni di idrocarburi russi con lo sblocco dello Stretto di Hormuz e il graduale ritorno alla normalità del mercato petrolifero.
Il protocollo firmato a Versailles presenta numerosi tratti in comune con il trattato del 1919, che sancì una falsa pace e una semplice sospensione delle ostilità in una guerra civile europea durata trent’anni. I suoi 14 punti, che dovrebbero definire il quadro di riferimento per due mesi di negoziati, presentano numerose incertezze e sono troppo favorevoli all’Iran per non preparare il terreno a nuovi conflitti. Molto più del Jcpoa firmato da Barack Obama nel 2015 e denunciato da Donald Trump nel 2018, questo protocollo si presenta come il ‘peggior accordo della storia’, una sorta di Monaco del medio oriente. La cessazione definitiva delle ostilità impegna gli Stati Uniti molto più dell’Iran e include il Libano, mentre Israele non è stato coinvolto nelle discussioni. La riapertura immediata e lo sminamento dello Stretto di Hormuz, che non sono altro che il ritorno allo status quo ante, hanno come contropartita la revoca totale delle sanzioni contro la Repubblica islamica e lo sblocco dei beni congelati all’estero per circa 25 miliardi di dollari. La minaccia di un pedaggio per il passaggio dello Stretto di Homuz continua a incombere sotto forma di pagamento di ‘spese di servizio’. L’impegno dell’Iran a ‘non produrre mai armi nucleari’ si limita alla reiterazione delle promesse che ha sistematicamente rinnegato. Infine, nessuno conosce l’origine dei finanziamenti né la destinazione del fondo di 300 miliardi di dollari che, secondo quanto dichiarato, dovrebbe servire alla ricostruzione del paese, ma che molto probabilmente sarà destinato al rafforzamento dell’apparato di terrore interno, al riarmo e alla ricostituzione dell’impero sciita.
Il protocollo di Versailles sancisce così la débâcle strategica che chiude la guerra in Iran per gli Stati Uniti, Israele, le monarchie del Golfo, l’Europa e gli alleati asiatici dell’America. In un conflitto asimmetrico, il forte perde non vincendo, mentre il debole vince non perdendo. La Repubblica dell’Iran ne esce vincitrice, il che è foriero di gravi minacce per il futuro. La Repubblica islamica non solo ha resistito alla decapitazione e agli attacchi sferrati dalle due migliori forze aeree del mondo, ma ne esce più forte e pericolosa. Il suo arsenale di terrore interno ed esterno è rimasto in gran parte intatto. La sua strategia di escalation orizzontale, attraverso gli attacchi ai paesi del Golfo e il ricatto all’economia mondiale tramite il blocco dello Stretto di Hormuz, si è rivelata di una efficacia formidabile e ha portato Donald Trump alla resa. L’Iran emerge dal conflitto come la potenza regionale dominante del Golfo, dotata di una capacità di nuocere moltiplicata dalla dimostrazione delle sue capacità di attacco balistico – anche sull’Europa –, dal controllo assicurato su Hormuz, dai fondi che affluiranno con la revoca delle sanzioni e il rimpatrio dei beni congelati. Già ora, senza attendere la revoca ufficiale delle sanzioni, Teheran sta rilanciando le sue esportazioni di petrolio verso l’Asia utilizzando le petroliere come strumenti di stoccaggio, per un valore compreso tra i 5 e i 6 miliardi di dollari.
Proprio come gli Stati Uniti di Donald Trump in Iran, la Russia di Vladimir Putin si trova in un vicolo cieco strategico e sta sperimentando i limiti della forza militare quando viene impiegata in modo errato. La durata della guerra in Ucraina supera ormai quella della Prima guerra mondiale. Ha segnato il ritorno di una guerra di grande intensità sul suolo europeo, indissolubilmente legata a massacri di massa. Il conflitto ha causato circa 2,7 milioni di vittime, di cui circa 1,7 milioni da parte russa, in paesi in cui la demografia è gravemente compromessa. Le perdite russe ammontano ormai a 35.000 soldati al mese, il che non consente più di rimpiazzare gli effettivi. L’Ucraina, grazie alla sua impareggiabile padronanza della guerra con i droni, ha ripreso il sopravvento sul campo di battaglia, ottenendo conquiste territoriali. La Russia compensa le sue battute d’arresto militari con l’intensificarsi degli attacchi contro i civili. In questa interminabile e suicida guerra di logoramento, Kyiv ha ripreso il sopravvento grazie all’eroismo del proprio esercito, alla sbalorditiva resilienza della sua popolazione, alla padronanza senza pari acquisita nella guerra dei droni e al potenziamento dell’industria nazionale degli armamenti. L’Ucraina ha cambiato status. Non solo si è reinventata come nazione, ma si è affermata come membro a pieno titolo dell’Europa e come attore chiave della sua difesa, e non più solo come un semplice strumento dell’occidente, interamente dipendente dal sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione. D’altra parte, esiste un legame intimo, troppo spesso trascurato dall’Amministrazione Trump, tra i conflitti in Ucraina e in Iran: essi costituiscono i due fronti di una stessa guerra intrapresa da Cina, Russia, Iran e Turchia contro un occidente che gli Stati Uniti commettono la follia di voler distruggere. Mosca e Pechino hanno sostenuto attivamente Teheran non solo sul piano diplomatico, ma anche attraverso la condivisione di informazioni di intelligence, l’assistenza nell’individuazione di basi, forze e sistemi d’arma statunitensi, nonché con forniture massicce di equipaggiamenti, munizioni, pezzi di ricambio, droni, medicinali e generi alimentari. L’inizio del riallineamento degli Stati Uniti con l’Europa riguardo all’Ucraina costituisce una notizia positiva, di cui bisogna rallegrarsi. Tuttavia, ciò non modifica in alcun modo la configurazione del Ventunesimo secolo e il riorientamento fondamentale che essa richiede agli europei. Il cessate il fuoco raggiunto con l’Iran non cambia nulla al passaggio a una nuova èra degli imperi, al ritorno della guerra, alla liberazione della violenza. L’Europa è più che mai il capro espiatorio della serie di fallimenti di Donald Trump, che si dimostra debole con i forti e forte con i deboli (…). L’Europa dispone di tutti i mezzi per garantire la difesa della propria libertà e della propria sovranità, della propria cultura e della propria civiltà. Le manca solo la volontà. Spetta ai suoi cittadini trarre ispirazione dall’esempio dell’Ucraina per ritrovarla”.
(Traduzione di Mauro Zanon)