un foglio internazionale
L’algoritmo jihadista
Internet è diventato un acceleratore del terrorismo islamico. La rete gli consente di coordinare le loro azioni con una rapidità senza precedenti
1 GIU 26

"Internet è diventato il nuovo campo di battaglia dei fondamentalisti musulmani?”, si chiede sul Point Héloïse Heuls. Secondo la ricercatrice, dottoressa in sociologia e ricercatrice associata al Conservatoire national des arts et métiers, i movimenti jihadisti hanno saputo sfruttare fin dall’inizio le opportunità offerte dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione per perseguire i propri obiettivi. Propaganda, radicalizzazione, reclutamento: il modo in cui queste correnti si sono impossessate degli spazi virtuali e degli strumenti moderni non è privo di conseguenze sulla vita reale. Nelle mani di chi ha cattive intenzioni, il digitale può “precedere, accompagnare o sostituire l’impegno armato”. Diversifica i profili dei militanti, amplia i mezzi di partecipazione ideologica, finanziaria o logistica. Da Facebook a TikTok, passando per l’uso delle criptovalute, è importante capire come internet possa moltiplicare l’efficacia dell’azione jihadista, per disinnescarla meglio. Con una prefazione di Gilles Kepel, il libro di Heuls è il risultato di dieci anni di lavoro sul campo e analizza il modo in cui le correnti musulmane radicali si appropriano delle nuove tecnologie. Mentre gli apostoli di internet vedevano nel web uno strumento di emancipazione, il cyberjihad invita forse a una visione più moderata dei benefici del digitale? “Il web è stato concepito da ingegneri desiderosi di offrire uno spazio di iper-emancipazione, ma questo ideale è stato rapidamente stravolto”, dice al Point Héloïse Heuls.
“Già a partire dagli anni Novanta, gli attori jihadisti si sono precipitati nelle opportunità aperte dal cyberspazio. Ne hanno approfittato per aggirare i media tradizionali, imporre le proprie narrazioni, diffondere i propri messaggi ideologici e accrescere la loro capacità di mobilitazione. Internet non ha trasformato i loro metodi, li ha amplificati. Ha permesso loro di estendere la loro visibilità, di raggiungere un pubblico lontano e di coordinare le loro azioni con una rapidità senza precedenti. Questa evoluzione si ricollega a un’intuizione formulata da Isaac Asimov, secondo cui ogni innovazione portatrice di progresso introduce allo stesso tempo fragilità inedite all’interno delle società che la adottano”, sottolinea Heuls. C’è forse un paradosso, per i jihadisti, nel ricorrere a mezzi di comunicazione ultramoderni al servizio di un progetto politico reazionario? Oppure la dissonanza tra mezzi e fini è solo un’illusione? “Questo paradosso è stato individuato dagli stessi jihadisti”, spiega la ricercatrice, prima di aggiungere: “All’inizio degli anni Duemila, la base militante percepiva già questa tensione e interpellava online figure come Bassem Ayachi. Allo stesso modo, nel 2010, alcuni volontari impegnati nella jihad armata si rivolgevano alle loro autorità spirituali per ottenere giustificazioni sull’uso del web. Questi esempi mostrano come questi militanti abbiano costruito una strategia di appropriazione controllata della modernità. Ho notato una netta distinzione tra una modernità considerata proibita e una modernità ritenuta ammissibile quando è al servizio del progetto politico-religioso. L’espressione ‘bida (innovazione) vantaggiosa’, rilevata su un forum, ne offre un chiaro esempio. Alcuni gruppi, come Al Qaeda o lo Stato islamico, hanno persino redatto trattati che disciplinano l’uso delle tecnologie. Ancora oggi, organizzazioni e pensatori del jihad integrano la modernità in una visione religiosa inflessibile, sfruttandola al contempo con pragmatismo per preservare la loro efficacia”. Si rimane sbalorditi dalla facilità con cui la propaganda terroristica e fondamentalista si diffonde in rete sotto gli occhi di tutti. Le piattaforme e i governi hanno una responsabilità nel lasciare che si diffondano contenuti criminogeni? È necessario adottare una politica di censura più aggressiva nei confronti di queste correnti? Secondo Heuls, “la diffusione di questa propaganda è dovuta soprattutto a un’eccezionale capacità di adattamento!”.
“Negli anni 2020 –prosegue la ricercatrice – molti predicatori online hanno abilmente compreso che potevano mantenere un discorso radicale evitando al contempo espliciti appelli alla violenza. Il caso di N, che cito nel libro, ne è l’esempio più lampante. Ex jihadista attivo fin dal 2003, continua a esprimersi nel 2026. Il suo messaggio rimane sostanzialmente immutato, ma la sua forma, accuratamente edulcorata, crea un ambiente digitale in grado di spingere i più vulnerabili all’azione. Questo tipo di propaganda prospera nelle zone grigie del cyberspazio, mobilitando idee presentate come ‘universali’ per legittimare un’ideologia pericolosa. Di fronte a questa constatazione, le piattaforme e i governi si trovano di fronte a una tensione strutturale: proteggere il pubblico senza ledere la libertà di espressione”.
Facebook, TikTok, Instagram, Twitter... Il gioco degli algoritmi offre per sua natura un vantaggio alla radicalità religiosa online a scapito dei contenuti moderati? “Come scriveva Bruno Latour, ‘la tecnica non è mai sola: è sempre accompagnata da una schiera di attori, intenzioni e mediazioni’. Condivido questa analisi secondo cui gli algoritmi sono ciò che facciamo di essi”, afferma Heuls. “La ‘bolla di filtro’, che riassume il confinamento di un utente in contenuti simili, è un concetto allettante, poiché semplifica il fenomeno dell’adesione ideologica al jihadismo combattente, ma non permette di andare a fondo della questione. La vera sfida rimane quella di decifrare ciò che accade tra il visibile e l’invisibile, lì dove la tecnologia agisce e soprattutto lì dove è orientata. Per riassumere, gli algoritmi non sono né neutri né onnipotenti, ma il prodotto dei nostri usi e delle nostre scelte”, aggiunge.
“Il tutto-digitale, in quanto griglia di analisi esclusiva, non riesce a cogliere la complessità delle azioni jihadiste, che rientrano in un progetto culturale, in un’economia della fede e in una politica di rottura”, scrive Heuls nel suo libro. Che evita, tuttavia, di incriminare le fonti scritturali musulmane a cui fanno riferimento i jihadisti. Il rifiuto di confrontare la religione musulmana con le sue contraddizioni non equivale forse a ignorare l’elefante nella stanza, con il rischio di indebolire la lotta contro il jihadismo? “Analizzando centinaia di documenti di propaganda nel corso della mia tesi, ho studiato i meccanismi di giustificazione e l’uso sistematico di fonti volte a legittimare l’ingiustificabile. Il jihadismo contemporaneo eccelle nel fondare discorsi violenti su testi sacri, intoccabili perché radicati nella religione. Il corpus offre infatti numerosi riferimenti utilizzabili per giustificare l’azione armata, ma sarebbe riduttivo vederci un incitamento uniforme alla violenza”, dice al Point la ricercatrice, prima di aggiungere: “La sfida consiste nell’esaminare, nel loro contesto, i fattori culturali e sociali che favoriscono l’emergere delle interpretazioni più rigoriste e, successivamente, di quelle più radicali. L’obiettivo è quello di non lasciare il monopolio dell’interpretazione a una minoranza attiva e chiassosa, ma di opporre al suo discorso divisivo la voce di una maggioranza che, spesso, se ne infischia”.
(traduzione di Mauro Zanon)