cerca

Il modello cinese è entrato in crisi

Il personalismo di Xi Jinping porterà al fallimento 

10 Febbraio 2020 alle 10:02

Il modello cinese è entrato in crisi

foto AP/Mark Schiefelbein/LaPresse

Un Foglio internazionale è curato da Giulio Meotti. Ogni lunedì, segnalazioni dalla stampa estera con punti di vista che nessun altro vi farà leggere


“Sono stato per la prima volta in Cina all’inizio degli anni Novanta e la sua trasformazione mi ha molto sorpreso”, scrive Gideon Rachman sul Financial Times: “La ricchezza, il potere e il prestigio del paese sono cresciuti allo stesso ritmo dei nuovi grattacieli di Shanghai. In questo periodo ci sono sempre stati degli scettici occidentali che hanno preconizzato la fine del miracolo cinese. Ho sempre creduto che l’ascesa della Cina avrebbe trasformato il mondo e ho anche scritto un libro a proposito, intitolato  ‘Easternisation’. Ma inizio ad avere dei dubbi. Questi non sono frutto della crisi economica della Cina e nemmeno della ribellione a Hong Kong. La ragione delle mie preoccupazioni è il culto della personalità del presidente Xi Jinping”. 

 

Dopo il disastro del maoismo, i leader cinesi hanno seguito uno stile di leadership più collettivo e meno personalistico. Questo modello ha avuto fine con Xi Jinping. Il presidente ha abolito i vincoli al potere e obbligato membri di partito, studenti e impiegati statali a studiare le sue idee. I sostenitori di Xi sostengono che la sua personalità forte gli ha consentito di combattere la corruzione e avviare un processo di grande crescita economica. Però secondo Rachman il culto della personalità si è sempre rivelato un fallimento – basta pensare alla Russia di Stalin o alla Romania di Ceausescu. L’uomo solo al comando viene generalmente associato a politiche dannose, dato che i consiglieri timorosi dicono al leader quello ciò che vuole sentirsi dire e non ciò che sta accadendo realmente. Ci sono prove che questo processo è già in atto in Cina. Anche i filo-cinesi a Hong Kong si lamentano di non riuscire a convincere il presidente ad adottare un approccio più flessibile, e dubitano che i loro rapporti vengano mai letti. Alcuni temono che Pechino creda alla sua stessa propaganda che descrive i problemi di Hong Kong come il frutto dell’agitazione delle potenze straniere nemiche. 

  

Anche la situazione economica e internazionale mostra gli effetti negativi delle politiche di Xi. E’ probabile che Donald Trump avrebbe avviato una guerra commerciale in ogni caso. Ma le politiche aggressive di Xi Jinping sia in Cina che all’estero hanno alienato i suoi possibili alleati. Anche per questo la Cina è stata etichettata come un ‘rivale sistemico’ dall’Unione europea. “A casa non c’è alcun segno di rivolta politica – conclude Rachman – Al contrario l’aumento della sorveglianza dello stato – attraverso l’intelligenza artificiale, gli smartphone e il riconoscimento facciale – ha rafforzato il controllo del partito sulla società cinese. Quindi potrei essere solo l’ultimo di tanti occidentali ad aver sottovalutato la Cina. Ma è difficile osservare il culto della personalità di Xi senza vedere il pericolo alle porte”. 

 

(Traduzione di Gregorio Sorgi)

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi