Colonne di partigiani a Milano, 1945 (LaPresse)  

uffa!

Indagine sull'omicidio di Giovanni Gentile, una canagliata in anni brutali

Giampiero Mughini

Repubblichini e nazisti presero tre professori universitari noti antifascisti, tra cui Calasso padre, condannandoli in rappresaglia per la morte del filosofo. Li salvarono il figlio di Gentile e il console tedesco in Italia

C’è che il 15 aprile 1944, il giorno in cui un commando di gappisti comunisti attese che l’auto su cui Giovanni Gentile stava tornando dal suo lavoro arrivasse innanzi al cancello della villa fiorentina in cui il filosofo siciliano abitava per poi freddarlo a bruciapelo, la famiglia di Roberto Calasso e la mia (eravamo nati entrambi nel 1941) abitassero l’una e l’altra a Firenze. “L’assassinio di Gentile fu un gesto miserabile, ancora più miserabile per le abbondanti giustificazioni politiche che fu subito facile dargli e si sono costantemente rinnovate”,  ha scritto Calasso nel “Memè Scianca”, assieme al "Bobi" i suoi due libri (o piuttosto lettere testamentarie) giunte in libreria nei giorni della sua morte. 

 

Il bellissimo “Memè Scianca” è forse l’unico suo libro in cui compaia il Calasso in carne e ossa e dunque una vicenda da cui la sua famiglia venne drammaticamente attraversata. I repubblichini e i nazisti avevano acciuffato tre professori universitari italiani il cui antifascismo era notorio ed erano lì lì per condannarli a morte a titolo di rappresaglia per la morte di Gentile. I tre erano Francesco Calasso (il padre di Roberto), l’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli e il geografo Renato Biasutti. Il padre di Calasso vennero a prenderlo alle sette del mattino, e fortuna volle che il capo degli agenti fosse stato suo allievo all’università e avesse il tempo di raccomandare alla signora Calasso di distruggere eventuali “carte compromettenti” che si trovassero in casa. Poi avvenne  – Calasso lo racconta adeguatamente – che Benedetto Gentile (il direttore editoriale della Sansoni e figlio del filosofo) si precipitasse dai nazi a dire che mai e poi mai il sangue della rappresaglia venisse associato al nome di suo padre. Nell’occasione si comportò benissimo il console tedesco in Italia, Gerhard Wolf, il quale si impegnò anima e corpo nel sostenere presso la sua ambasciata in Italia che i tre professori non c’entravano nulla con l’agguato, che tutti e tre appartenevano alla cerchia degli amici più stretti di Gentile. Il 6 maggio 1944 i tre furono rilasciati. Nelle carte di Calasso il figlio ha ritrovato un appunto del padre che riferiva di una visita in cella del console Wolf, una visita che gli aveva fatto “una grande impressione”.

 

Fin dai miei anni giovani ero convinto che la messa a morte di Gentile fosse stata un’ignobile canagliata. Da inviato speciale dell’Europeo, presi la palla al balzo quando nella primavera 1984 – cadeva il quarantennale dell’assassinio di Gentile – l’ex vicecomandante dei gap romani, Antonello Trombadori, mi invitò ad andare a Firenze e frugare tra i tantissimi testimoni sopravvissuti. C’era difatti che negli anni s’era creata una fitta nebbia attorno al chi avesse sparato. Circolava l’oscena bugia che Gentile fosse stato ucciso dagli “estremisti” della sua parte politica, gente da lui avversata frontalmente. Uno dei primi alla cui porta andai a bussare, fu quel Romano Bilenchi che aveva esordito da “fascista di sinistra” per poi diventare uno degli scrittori più importanti della sua generazione nonché il direttore del quotidiano paracomunista di Firenze fino al momento in cui si staccò dal Pci, a causa dell’invasione russa dell’Ungheria del 1956. Mi rispose che lui non aveva alcuna certezza sull’argomento e che non escludeva la pista che portava ai fascisti i più criminali del tempo. Solo che io avevo già intercettato e letto un libro semiclandestino in cui un giovane ricercatore fiorentino, mosso unicamente dalla passione per la verità, raccontava come lui avesse individuato uno per uno i membri del gap comunista che aveva agito il 15 aprile 1944 e di cui si conosceva solo il nome del più noto tra loro, Bruno Fanciullacci, e in molti sostenevano che fosse stato lui a sparare (c’è che quel libro preziosissimo, e dunque il nome del suo autore, non riesco a reperirlo nel finimondo della mia biblioteca. Ne chiedo perdono al Dio che protegge gli autori di libri belli e importanti).  

 

No, non era stato Fanciullacci a sparare. I nomi di quei gappisti il bravissimo autore del libro di cui sto dicendo li conosceva tutti, aveva parlato con ciascuno di loro. A sparare era stato uno che poi avrebbe fatto il corniciaio e che nel 1984 era in pensione. Ebbi il nome di un ex sarto che, Fanciullacci a parte, aveva guidato l’azione dei gap contro Gentile. Andai a casa sua, era un ometto a metà strada tra i sessanta e i settant’anni. Mi disse poche parole, ma più che sufficienti: “Era un tempo della cui brutalità non ci si può rendere conto a quarant’anni di distanza”. Andai da Benedetto Gentile, di cui conoscevo il bel libro edito da Sansoni nel 1951 e da lui dedicato agli ultimi mesi di vita del padre. Naturalmente ribadì quel che scrive adesso Calasso, e cioè che lui e sua madre opposero il più netto rifiuto all’ipotesi della rappresaglia contro i tre professori, il che sarebbe equivalso a uccidere suo padre una seconda volta.

 

In quella settimana che rimasi a Firenze mi vennero in mente le poche immagini di me bambino nella Firenze del 1943-1944 dove mio padre era andato per motivi di lavoro. Tra parentesi mio padre era stato fascista, ardentemente fascista. Nei giorni in cui gli alleati erano alle porte di Firenze mio padre si diede uccel di bosco, perché non si sa mai. Nei giorni in cui lui non c’era vennero a casa nostra due o tre partigiani che da una finestra volevano appostare una loro mitragliatrice. Mia madre ovviamente era consenziente. Erano i giorni in cui per le strade di Firenze si combatteva porta a porta. Resta indimenticabile il racconto di Curzio Malaparte su quel gruppo di giovanissimi cecchini fascisti – e tra loro non ricordo più se una o due donne – che resistettero fino alla loro cattura e relativa fucilazione. Che Malaparte colloca in una piazza fiorentina a poca distanza da dove noi abitavamo.